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Ricordo di Sergio Fiorentino
di Riccardo Risaliti
Anche se molti non se ne rendevano conto (o facevano finta di non rendersene conto) Sergio Fiorentino, uscito di
scena nell'agosto scorso, era un grande virtuoso del pianoforte. Uno dei pochissimi che, almeno da noi, potesse
rendere con inventiva felicità, oltre che impeccabile tecnica, un certo tipo di repertorio fascinoso e brillante.
E aveva il vantaggio, su certi più giovani colleghi, di sapersi collegare idealmente e naturalmente con un
mondo e una poetica oggi certo disusati, quando non ricusati ed irrisi.
Oggi che accanto al concetto culturale dell'esecuzione va tornando a risvegliarsi quello più spettacolare del
"divertimento", lo stile interpretativo e il repertorio prediletto di Fiorentino erano tornati quanto mai attuali:
come del resto ha dimostrato l'incremento della sua attività negli ultimi anni (parzialmente registrata in alcuni
preziosi CD).
Ma la grandezza di Sergio Fiorentino, riconosciuta con ammirazione dai colleghi più sinceri e meno invidiosi,
era il fatto che accanto al virtuoso capace di deliziare il suo pubblico – con interminabili serie di bis – suonando
Rachmaninov o Strauss o Godowski o sue proprie gustosissime trascrizioni, coesisteva il Maestro:
colui che aveva insegnato a lungo e con serietà esemplare il grande repertorio musicale, e che sapeva
eseguire con assoluta proprietà sonate di Mozart e di Beethoven. Nessun momento di leggerezza,
nessun abbandono a decorativi autocompiacimenti e a crepuscolari languori si poteva registrare in queste sue
esecuzioni.
Accanto al ricordo di momenti di gioia resterà — soprattutto per molti giovani pianisti — l'aurea impronta di una
grande lezione di serietà e di umiltà musicale. Una serietà e un'umiltà che, in contrasto
con la morale imperante nel settore artistico, caratterizzò l'intera sua vita.
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