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Alberto Spano
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La discografia e la filmografia

Alberto Spano
Giornalista
Direttore dei periodici Symphonia e Lyrica

Chopin pigliatutto

Amburgo, settembre 1889: il 55enne Johannes Brahms accetta di suonare la Danza Ungherese n. 1 in sol minore nella versione per pianoforte solo davanti alla cornetta di un rudimentale registratore a cilindro nello stand di una fiera campionaria settembrina. L'eccezionale seduta di registrazione ha effettivamente luogo e noi, oggi, a distanza di 110 anni, possiamo ancora ascoltare quella leggendaria incisione, una specie di fantasma sonoro in cui si intuisce la presenza di uno strumento "pianoforte" e a fatica si riconosce la musica eseguita. Questo documento, oggi reperibile su un CD della Piano Library interamente dedicato a registrazioni di musiche pianistiche di Brahms, è probabilmente il primo reperto sonoro di un certo interesse musicale nella storia del disco. In fondo è come ascoltare la "voce", il "suono" di Brahms. Questo lacerto di un grande del passato, documento al tempo stesso sconvolgente e incompleto, tanto commovente quanto suscitatore di sospetti sulla sua veridicità, è pur tuttavia il primo fragilissimo tassello di una serie di registrazioni che di lì a poco avrebbe preso rapidamente il volo verso un oceanico, pantagruelico, infinito profluvio di incisioni pianistiche nelle più varie forme, su rullo di autopiano, acustiche, elettriche, a 78 giri, a 33, stereofoniche, quadrofoniche, olofoniche, digitali, etc. etc., in cui il pianoforte è protagonista assoluto. è e rimane il primo documento "serio" di un pianoforte registrato. Rimane il "primo", perché la registrazione del Valzer in un minuto eseguito da Chopin a Nohant nel 1848 e commercializzata con una rivista inglese il 1º aprile 1991, la notizia del cui ritrovamento rimbalzò improvvisamente sui giornali di tutto il mondo, altro non era che un colossale e riuscito pesce d'aprile di un buontempone pianista dilettante che aveva camuffato con l'ausilio del computer una propria sgangherata esecuzione. La data di registrazione era esageratamente inverosimile, visto che la prima registrazione di cui si ha contezza è del 1877. Vale la pena però leggere integralmente l'articolo con la notizia uscito alla pagina 30 del numero del 10 maggio 1991 del quotidiano la Repubblica.

Titolo: COSì CHOPIN "REGISTRò" UN VALZER: «Chopin era un pianista sublime. E questo tutti, fino a questo momento, avremmo potuto supporlo. La certezza viene nientedimeno che da una "registrazione" che il compositore polacco fece nel 1848 su di un rudimentale apparecchio approntato da un estroso inventore francese di nome Hippolyte Sot. La possibilità di ascoltare Chopin suonare il suo Valzer in re maggiore n. 64 (sic) (detto "Valse minute") è offerta dalla rivista inglese " classic CD" che ha pubblicato la registrazione originale su un compact. Inutile dire che la notizia ha avuto l'effetto di una bomba. Innanzitutto perché la prima registrazione ufficiale è del 1877, poi perché ascoltare Chopin suonare un suo brano è una emozione indescrivibile. Nell'estate del 1847 Chopin era con George Sand a Nohant quando incontrò il signor Sot: costui aveva approntato una macchina per la registrazione composta da un cilindro di vetro ricoperto di nerofumo sul quale, grazie ai suoni amplificati da un megafono rovesciato, una puntina tracciava una sinusoide la cui ampiezza era proporzionale alla pressione acustica. Sot poi seppellì tutte le registrazioni nel suo giardino e lì rimasero fino all'anno scorso, quando lo storico Jean-Michel Baillat le scopri e le portò all'IRCAM di Pierre Boulez».

Nientemeno. Il disco di Brahms è invece probabilmente autentico e se ne sta per ora tranquillo nel suo assoluto primato. Di primati il pianoforte ne ha conosciuti e ne sta conoscendo ancora molti. Uno, in particolare, è quello del numero di presenze nei cataloghi delle maggiori case discografiche. Primato intimamente legato all'enorme superiorità e diffusione del repertorio pianistico rispetto a quello di qualsiasi altro strumento o complesso strumentale. Ci è stato impossibile in questi mesi avere accesso a tutti i cataloghi discografici del mondo e, data l'eterogeneità e la varietà del prodotto registrato, si è ancora certamente molto lontani dall'avere dati statistici probanti sulla quantità delle registrazioni di pianoforte all'interno della discografia generale: sigle ed emissioni diverse da paese a paese, disomogeneità delle singole voci (il pianoforte solista, nella musica da camera, solista con orchestra, concertante in orchestra, accompagnatore, di sostegno negli arrangiamenti), un certo qual "malcostume" delle case discografiche (piccole e grandi che siano) nel non voler fornire schede tecniche o cataloghi completi di dati certi, insomma varie e tante ragioni impediscono a tutt'oggi di avere una catalogazione veramente esauriente del repertorio pianistico registrato dalla nascita del fonografo ad oggi. Un problema che si pone molto meno, per esempio, nel campo della musica operistica e sinfonica: è infatti quasi impossibile non riuscire a catalogare "tutte" le incisioni integrali di un'opera come Carmen o come Don Giovanni. Gli imponenti costi di produzione di una registrazione lirica rendono assai limitate le possibilità di errore all'interno di una discografia "scientifica". Quasi impossibile invece l'esaustività nel caso di un'opera pianistica poniamo il caso di Chopin o di Liszt, proprio per la "facilità" e i costi relativamente contenuti di una registrazione di pianoforte. Si pensi, ad esempio, ad un'opera assai eseguita in passato e ancor oggi assai battuta dai giovani pianisti come la Sonata in si minore di Liszt: dopo la prima incisione effettuata da Alfred Cortot nel lontano marzo 1929, quante ne saranno uscite sul mercato in più di 70 anni? Sicuramente un numero molto superiore a 70 (cioè la media di un disco all'anno). C'è chi afferma esistano almeno 300 edizioni diverse e tutte di un certo livello artistico. La rivista inglese International Piano Quarterly (Vol. 2 No. 6, Inverno 1999) ne elenca ben 246, la maggior parte delle quali con pianisti noti. Del resto, per intuire la portata del fenomeno discografico legato a questo lavoro, basta porsi qualche facile domanda del tipo: esisteranno oggi al mondo 300 giovani pianisti con le dita a posto che siano in grado di eseguire "correttamente" la Sonata di Liszt? Certamente sì, e vale la pena ricordare che fu proprio Busoni oltre 80 anni fa a scrivere che un pianista professionista già a 18 anni dovrebbe essere in grado di eseguire "correttamente" la Sonata di Liszt. Ed esisteranno in tutto il mondo almeno 300 pianisti professionisti o aspiranti tali disposti ad autofinanziare la registrazione della propria interpretazione di quella che è da considerarsi come una delle opere più grandi e celebri del repertorio, anche per dimostrare a se stessi e al mondo intero di avere le carte in regola per poter affrontare la carriera? Certamente sì. Ecco spiegato, molto semplicemente, l'enorme numero di registrazioni tuttora in commercio della Sonata lisztiana, brano fra l'altro di durata complessiva di circa trenta minuti: l'ideale quindi per la realizzazione di un lp, un po' corto invece per quella di un compact. Ecco quindi sorgere il problema di scegliere cosa aggiungere al minutaggio per completare la durata di almeno un'ora di musica. Donde lo scatenarsi delle fantasie più impensate per "accoppiare" la Sonata: da opere coeve, a piccoli pezzi dell'ultimo periodo, a pezzi assolutamente distanti, ad autori diversi, a varianti dei passi, a versioni alternative...

C'è da chiedersi, peraltro, se esista ancora un pubblico disposto ad assorbire questo enorme numero di "Sonate" di Liszt. La sola presenza nei cataloghi più noti lo farebbe supporre. Prendiamo qualche esempio fra le etichette maggiori: la Deutsche Grammophon possiede tuttora cinque versioni in catalogo (Argerich, Pollini, Zimerman, Pogorelich, Pletnev), la Decca cinque (Cherkassky, Larrocha, Curzon, Katchen, Bolet), la Bmg cinque (Horowitz, Rubinstein, Cliburn, Gilels, Douglas), la Philips quattro (Arrau, Brendel, Orozco, Richter), la Sony tre (Fleischer, Watts, Ax), la Emi addirittura dieci (Cortot, Horowitz, Cziffra, Weissenberg, Mezzena, Anievas, Lucchesini, Malcuzynski, Gelber, Collard). E solo con questa breve lista si arriva a 32 versioni differenti. Si aggiungano tutte le versioni live, i "bootleg" non autorizzati dagli interpreti e tutte le edizioni delle etichette minori in commercio e fuori commercio: probabilmente il numero di 300 non è per niente lontano dalla realtà. Senza contare che di molti interpreti esiste più di una incisione: ne abbiamo rilevate quattro per Arrau, Richter e Gilels, tre per Berman e Bolet, due per Horowitz, Cherkassky, Barenboim, Magaloff, Brendel, Pletnev, Lucchesini, Orozco, Collard, Weissenberg, solo per rimanere ai nomi più noti. Da questo primo assaggio verrebbe da supporre che l'opera di Liszt sia la più gettonata della discografia pianistica. Potrebbe non essere così. Da più di trentacinque anni Claudio Pedrazzini, un collezionista di Brescia specializzato in registrazioni di musica pianistica, raccoglie tutte le informazioni che a lui pervengono sulle novità e le ristampe dal mondo del disco e da oltre una decina d'anni le inserisce all'interno di un buon programma d'archivio di computer. Da questo archivio privato che riflette radicali scelte personali e che comprende tuttavia ben 17.562 reports, cioè 17.562 registrazioni differenti di brani pianistici eseguiti dagli interpreti più noti, emergono dati sicuramente insufficienti all'esaurire le nostre domande, ma assai interessanti almeno per un orientamento generale. E da una rapida scorsa emergono elementi piuttosto sorprendenti: si va dalle 44 versioni della Sonata K. 331 di Mozart (quella contenente il Rondo alla turca) alle 31 della K. 310 in la minore e alle 33 della K. 330 in do maggiore. Dalle 28 versioni diverse di Per Elisa di Beethoven, alle 34 dell'op. 31 n. 2 (Tempesta), alle 47 della Waldstein, alle 57 dell'op. 111, alle 67 dell'op. 27 n. 2, alle 74 dell'opera 57 (Appassionata) addirittura alle 98 dell'opera 14 (Patetica). 53 le versioni diverse segnalate dal Pedrazzini dei Quadri di un'esposizione di Mussorgsky, 68 della Berceuse di Chopin, 61 del Notturno op. 9 n. 2, 68 della Sonata op. 35, 42 dell'opera 58, addirittura 97 del Notturno op. 15 n. 2, 15 quelle del Bolero. 30 le versioni differenti delle incisioni al pianoforte delle Variazioni Goldberg di Bach, 69 la serie completa degli improvvisi di Schubert, 49 della Sonata D. 960, "solo" 12 le versioni della Sonata D. 845. Molto interessante l'elenco delle registrazioni dell'archivio Pedrazzini dei concerti per pianoforte e orchestra: 74 le diverse esecuzioni del Primo Concerto di Beethoven, 62 del Secondo, 72 del Terzo (con Max Hamburg la prima incisione "elettrica" del 1929), 78 del quarto, ben 94 versioni diverse del Quinto Concerto "Imperatore"; 54 versioni per il Concerto di Tchaikovsky, 59 per il Primo di Brahms, 62 per il Secondo, 77 per il Concerto in la minore di Schumann, 55 per quello di Grieg, 45 esecuzioni fissate su disco del Secondo Concerto di Rachmaninov, 56 del Terzo, solo 15 del Quarto. Qualche dato interessante si può trarre dall'esame delle percentuali di "presenze" dei singoli autori: su 17.562 reports, cioè su 17.562 brani diversi in esecuzioni diverse, 4.661, cioè più del 26% sono di Chopin, 1.812, cioè più del 10% di Beethoven, 1.360, cioè il 7,8% di Liszt, 1.203 cioè il 6% di Mozart, solo 664 cioè il 3% di Brahms. Con tutte le prudenze e le premesse del caso, risulterebbe Chopin l'autore più presente in discografia. E non si fatica a crederlo.

Il 1999 coincide con il centocinquantenario della morte di Chopin: c'è da attendersi un enorme lavoro da parte delle case discografiche e dai pianisti di tutto il mondo. La Deutsche Grammophon ha già annunciato che entro settembre sarà pronta la sua «Chopin Complete Edition» in diciassette cd, comprendente tutte le opere di attribuzione certa di Frédéric Chopin, nell'esecuzione dei migliori pianisti dell'etichetta gialla. Franco Gagliano, responsabile italiano del catalogo Deutsche, ci rivela che sono state effettuate nei mesi scorsi nuove registrazioni ad hoc di opere che non erano mai state registrate dalla casa tedesca, ma dal cofanetto verranno volutamente lasciate fuori le opere di dubbia attribuzione, come è nello stile dell'etichetta gialla. Qualche altra etichetta, ne siamo certi, proporrà invece un'integrale che "più integrale non si può", cioè comprendente anche le opere dubbie, come ad esempio il Valzer in fa diesis maggiore fatto conoscere e pubblicato solo nel 1982 da Gastone Belotti ed entrato stabilmente nel repertorio di un pianista del calibro di Bruno Canino che spesso lo propone come bis.

Sebbene a tutta prima sembrino operazioni quasi esclusivamente commerciali, le cosiddette "edizioni" integrali dell'opera di un autore sono in realtà particolarmente utili per lo sviluppo e la conoscenza del repertorio e soprattutto per lo studio dell'evoluzione dell'interpretazione: capita infatti che spesso siano gli eventi (anniversari, centenari, commemorazioni) ad influenzare le scelte delle case discografiche e di conseguenza degli interpreti, come regolarmente è accaduto per i centenari o cinquantenari di Beethoven, Mozart, Brahms, Chopin, Schubert, Bach, Händel, Scarlatti e, recentemente, Poulenc, autore apparentemente poco "discografico", che invece nel corso del 1999 ha visto l'affiorare di ben tre nuove integrali dell'opera pianistica. Ce lo conferma Mirko Gratton, responsabile del catalogo classico Universal Music Italia che distribuisce le emissioni di Decca, Deutsche Grammophon e Philips, tre etichette da alcuni anni impegnate a realizzare anche grandiose collane discografiche "a tema" come la "Piano Collection" che raccoglieva le registrazioni più significative dedicate al pianoforte o come quella ancora in corso, "Great Pianists of the 20th Century", e dedicata ai grandi pianisti attivi nel nostro secolo. Una meritoria collana ideata e prodotta da Tom Deacon che nonostante alcune gravi lacune (mancano, ad esempio, i nomi di Busoni, Neuhaus, Berman, Pogorelich) ha senza dubbio il merito di presentare in 200 compact disc alcune delle più belle e significative incisioni pianistiche della storia, alcune delle quali autentiche rarità tratte dai cataloghi di scomparse etichette per la prima volta rimasterizzate su supporto CD.

Se si vuole porre attenzione all'estensione del repertorio nella storia della registrazione, si deve prima di tutto considerare che è soprattutto l'evoluzione della tecnologia di registrazione ad aver influenzato gli indirizzi artistici delle varie etichette. Si sentiva veramente necessità di una seconda "integrale" beethoveniana di Wilhelm Backhaus dopo quella esemplare monoaurale degli anni '50? No, tuttavia la Decca negli anni '60 chiese ed ottenne una seconda "quasi" integrale (la morte nel 1969 impedì al Maestro di reincidere alcune sonate come ad esempio l'Hammerklavier) registrata stavolta con tecnica stereofonica. Questo semplicemente perché era il mercato a richiederlo. Lo stesso avvenne all'incirca nel medesimo periodo per Wilhelm Kempff in casa DGG (tre integrali delle 32 Sonate) e lo stesso è avvenuto per la maggior parte dei grandi cataloghi dopo il 1983, anno della commercializzazione del supporto digitale. Quante registrazioni di artisti di carriera internazionale sono state ripetute negli ultimi dieci anni solo per ottemperare alle nuove esigenze di suono "digitale" del pubblico? Per tutte citiamo il caso delle opere schubertiane eseguite da Alfred Brendel per la Philips o quello della gran parte di opere chopiniane eseguite da Vladimir Ashkenazy per la Decca. L'evoluzione della tecnologia rimane dunque alla base dell'evoluzione della storia discografica del pianoforte e non è difficile intuirne il perché. Si è soliti infatti suddividere la storia del disco in cinque epoche principali (escludendo, beninteso, il lungo e complesso capitolo delle registrazioni pianistiche su rullo di autopiano, che richiederebbe trattazione a parte): il primo periodo (1898-1925) vede la nascita e lo sviluppo industriale del disco, registrato acusticamente, direttamente dal microfono al bulino incisore. Poi si passa alla prima vera rivoluzione, quella del periodo 1925-1950, segnato dall'apparizione dell'amplificatore e dell'elettronica. Il disco rimane lo stesso ma le sue prestazioni aumentano di colpo attraverso registrazioni "elettriche" a 78 giri. Per molti discofili buona parte della "vera" discografia si situa in quest'epoca dorata, che vede artisti come Furtwängler, Toscanini, Cortot, Horowitz, Benedetti Michelangeli, Rubinstein, Fischer, Backhaus, incidere a più non posso e con risultati eccellenti. Sono gli anni d'oro delle registrazioni di Beethoven e Schubert da parte di Arthur Schnabel per l'His Master's Voice, di quelle di Chopin per la stessa etichetta di Alfred Cortot e Artur Rubinstein, delle registrazioni di gran parte del suo repertorio di Sergei Rachmaninov per la Rca Victor, delle registrazioni giovanili di Vladimnir Horowitz per l'HMV, delle prime e stupefacenti prove del ventenne Michelangeli per Telefunken e Voce del Padrone, delle contate ma splendide incisioni di Carlo Zecchi per la Cetra e per etichette minori, delle prime incisioni bachiane e beethoveniane di Kempff per la Polydor, delle miracolose registrazioni di Dinu Lipatti.

Tutte queste registrazioni, che noi oggi ascoltiamo con reverenza e ammirazione, furono tuttavia limitate da enormi problemi di timing dei 78 giri, le cui due facciate come è noto non possono sopportare più di 4/5 minuti di contenuto. Si immagini dunque quale salto di qualità e di costume nella mentalità discografica sia avvenuto quando nell'immediato dopoguerra scoppiò la seconda rivoluzione del mondo discografico: la diffusione del nastro magnetico e l'invenzione del "microsolco". Che significa poter registrare senza limitazione di tempo qualsiasi opera, e poi riprodurla su un supporto maneggevole e leggero ed enormemente meno fragile del vecchio 78 giri.

Terza rivoluzione: la nascita della "stereofonia", con primi esperimenti nel 1955 e definitiva commercializzazione dal 1960. Dunque 1960-1983: ventitré anni di milioni di registrazioni stereofoniche e conseguente esaurimento del mercato mondiale. Quarta e finora ultima rivoluzione: la nascita della registrazione digitale e del compact disc (1983). Ad oggi sono solo sedici anni, e a parte le differenze di supporto (CD, dat, minidisc, DVD) non si vedono all'orizzonte ulteriori significative rivoluzioni tecnologiche apprezzabili dall'orecchio umano nelle tecniche di registrazione: migliorano sicuramente i materiali dei cavi e dei microfoni, migliorano le tecniche di riproduzione e gli impianti d'ascolto, ma sostanzialmente rimangono invariate a pochi schematici esempi fondamentali i sistemi di registrazione di un pianoforte a coda.

È quindi lecito non aspettarsi imminenti "rivoluzioni" interpretative o particolari cambiamenti nelle scelte del repertorio per l'immediato futuro: i sedici anni di commercializzazione del compact disc e l'ormai assodato esaurimento delle registrazioni del cosiddetto "repertorio" pianistico (e si aggiunga anche l'attuale imperante "crisi" del mercato discografico classico) farà sì che solo nelle pieghe rimaste inesplorate del repertorio pianistico si potranno conoscere nuove incisioni e diverse strade interpretative. E c'è da aspettarsi che nelle pratiche di esecuzione su strumenti originali si concentreranno gli sforzi interpretativi e di registrazione della maggior parte dei pianisti del Duemila. Il che significa non solo Mozart, Beethoven o Schubert sui fortepiani appropriati, ma anche Debussy, Ravel o Casella su adeguati grancoda degli anni '20 o '30.

Sullo schermo da Chopin a Glenn Gould

Il pianoforte e il cinema: un connubio fra i più felici, soprattutto se si pensa all'epoca del muto, in cui un bel pianoforte verticale era d'obbligo sotto o dietro lo schermo del cinema a commentare i fotogrammi in movimento. Fra i primi passi nel sonoro invece è d'obbligo citare subito il mai abbastanza lodato cortometraggio Valse Brillante de Chopin di Max Ophüls (1936), in cui un elegantissimo e allampanato Alexander Brailowski con le sue lunghe e magre mani interpreta un valzer di Chopin mentre viene "assediato" dalla telecamera in tutte le possibili posizioni, dall'alto, dal basso, di lato, con avveniristici giochi di improbabili dissolvenze su un ancor più improbabile podio bianco sopraelevato. Ancora Chopin è il dominatore assoluto delle biografie cinematografiche, da Valzer dell'addio di Chopin di Géza von Volva del 1934 all'Eterna armonia di Charles Widor del 1946, da Bohemian Rapture (1948) di Vaclav Krska alla Giovinezza di Chopin (1952) di Alexander Ford. Chopin è protagonista suo malgrado della drammatica "lezione" pianistica da madre a figlia in Sinfonia d'autunno (Host Sonaten) del 1978 di Ingmar Bergman, in cui una nevrotica pianista in carriera (Ingrid Bergman) insegna a suonare senza melensaggini alla figlia Eva (Liv Ulman) il quarto Preludio di Chopin. Il pianoforte la fa naturalmnente da padrone in Competition di Joel Oliansky (1980), film sentimentale ambientato dietro le quinte di un grande concorso pianistico internazionale in cui a due concorrenti finalisti (Richard Dreyfus e Amy Arving) succede la peggior cosa che può capitare in un concorso: innamorarsi. E ancora da padrone il pianoforte lo fa in Madame Sousatska (1988) di John Schlesinger con Shirley McLaine nei panni di un'autoritaria quanto geniale insegnante di pianoforte che si dedica esageratamente alla carriera di un giovane allievo e alla fine ne rimane delusa (nel film si ricorda oltre alla bravura della protagonista anche la fugace apparizione di un giovane Barry Douglas, fresco vincitore del Concorso Tchaikovsky di Mosca, mentre suona Beethoven). Il pianoforte come attore "galeotto" era comparso nel 1955 in Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, in un'indimenticabile (e comica) scenetta di seduzione fra Tom Ewell e Marilyn Monroe sulle note del Secondo Concerto di Rachmaninov. Lo stesso brano che dieci anni prima aveva fatto da colonna sonora al triste amore fra Cleline Johnson e Trevor Howards in Breve incontro di David Lean (e l'aneddotica vuole che fosse un Claudio Arrau lievemente imbarazzato alla tastiera, nell'unica volta della sua lunga vita in cui il cileno suonò Rachmaninov). Rachmaninov e il suo Terzo Concerto ("Rach3" come da allora è stato ribattezzato) è ancora al centro dell'enorme successo di Shine (1996), bel film dell'australiano Scott Hicks dedicato alla sfortunata storia di un pianista vero (David Helfgott) e il cui successo fece improvvisamente svuotare gli scomparti di Rachmaninov nei negozi di tutto il mondo. Un po' come avvenne nel 1967 al Concerto in do maggiore KV 467 di Mozart sull'onda del successo immediato ed effimero che arrise al film svedese Elvira Madigan di Bo Widerberg, in cui un tenente dell'esercito svedese si innamora perdutamente della danzatrice sulla corda Elvira. Da allora il Concerto in do maggiore è l'"Elvira Madigan Concerto" e il disco DGG con il celebre fotogramma di Elvira in copertina e interpretato da Géza Anda è stato uno dei più grandi best seller della musica classica e continua ad esserlo nonostante nessuno quasi si ricordi più della pellicola.

Il pianoforte come status symbol, come mezzo di seduzione, come strumento mito, come oggetto d'arredamento del salotto borghese: il cinema è naturalmente pieno di compositori, di pianisti prodigio, di signorine di buona famiglia (L'Appassionata di Gianfranco Mingozzi, 1989, con Piera Degli Esposti), di lezioni di pianoforte (Lezioni di piano, 1993, di Jane Campion con Holley Hunter e Harvey Keitel), di virtuosi solitari su una nave (La leggenda del pianista sull'oceano di Giuseppe Tornatore, 1998), di pianisti da locale (Casablanca, 1942, di Michael Curtiz con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman), di pianisti veri imprestati nei panni cinematografici (Ignacy Paderewski in Moonlight Sonata del 1936, José Iturbi in A song of Remember e in tanti altri a venire, Artur Rubinstein in Canto d'amore del 1947, Sviatoslav Richter nei panni di Liszt in Glinka del 1954, Barry Douglas nei panni di se stesso nel citato Madame Sousatska). Ma a nostro avviso una sola volta un pianoforte e il mito di un pianista hanno saputo toccare la soglia del sublime cinematografico, cinquantasette anni dopo il piccolo capolavoro di Ophüls: nel 1993, con il bellissimo Trentadue piccoli film su Glenn Gould (Thirty Two Short Films about Glenn Gould) del canadese François Girard, in cui il "caso" Gould è tratteggiato con geniale efficacia di immagini poetiche, virtuosisticamente e intimamente correlate all'interpretazione pianistica.


Alberto Spano, giornalista professionista, è fondatore e direttore responsabile delle riviste Lyrica e Symphonia. Ha collaborato con il quotidiano Il Resto del Carlino e con vari periodici, fra i quali Musica e Il Giornale della Musica. All'attività giornalistica alterna quella discografica: nel 1987 ha fondato l'etichetta Ermitage, nel 1998 AURA MUSIC, di cui è attualmente direttore artistico e per la quale ha prodotto numerose registrazioni che hanno vinto premi e riconoscimenti internazionali. Dal 1992 è direttore artistico del «Festival Santo Stefano» di Bologna.