Parlare della letteratura musicale e pianistica contemporanea
crea un certo imbarazzo per parecchie ragioni.
Anzitutto, la definizione del campo. Ormai, all'inizio
del nuovo secolo, letteratura contemporanea e letteratura del Novecento
non dovrebbero essere sinonimi. Eppure ancora adesso vengono avvertiti
come contemporanei autori che ormai hanno operato ottanta o novanta
anni fa.Così, mentre nessuno penserebbe di catalogare come contemporanei
Musil o Svevo, già l'inserimento di Werben o Schoenberg, per non parlare
di Scelsi degli anni 30, in un programma di concerto, caratterizza
immediatamente quest'ultimo come "contemporaneo".E in questo errore anacronistico
non incorre soltanto il pubblico meno accorto, ma anche operatori
culturali, musicisti e interpreti e, ultimi, ma non meno importanti,
gli stessi conservatori di musica.
Naturalmente non è senza un motivo che ciò avviene: lo
scompaginamento dei rapporti tonali creato dalla seconda scuola di
Vienna ha determinato una vera rivoluzione del linguaggio dalla quale,
in fondo, non si è mai tornati indietro. E poco importa che i compositori
della scuola viennese abbiano raccolto l'eredità malheriana o dell'ultimo
Liszt o dell'ultimo Brahms. La preponderanza della dissonanza sulla
consonanza ha caratterizzato il linguaggio della maggior parte della
produzione del Novecento tanto da creare una profonda frattura con
la musica precedente.
Indubbiamente l'allontanamento della musica dal sistema
diatonico o tonale ha creato grossi problemi di comunicazione. Si
trattava cioè non più di accostarsi a un linguaggio, bensì di scoprire
un'architettura con la complicazione dell'atonalità. è chiaro che
il grosso pubblico ha avuto e ha non pochi problemi.èiniziata, così,
nel primo Novecento, una divaricazione tra compositore e fruitore
mai più superata.Evidentemente, la rivoluzione strutturale in musica
con le sue macroforme o microforme, il susseguirsi continuo di dissonanze,
che aboliva di fatto le tensioni e le distensioni proprie del sistema
tonale, aveva un effetto lacerante.L'orecchio del pubblico, anche
di quello piuttosto avvertito, ma ormai assuefatto a una cultura di
derivazione classico-romantica, si aspetta degli accadimenti molto
precisi, divenuti istintivi grazie a una prassi che, seppur ritardando,
ingannando, evitando, non mancava alla fine di accontentare con una
bella "tonica" il fruitore in attesa.La tensione continua senza soluzioni
prevedibili, comune ai nuovi linguaggi, è stata perciò dapprima rifiutata,
quindi in un secondo tempo rimossa.E così buona parte della produzione
della prima metà del nostro secolo non è entrata nel repertorio; quella
della seconda ancor meno.
Vero è che in questi ultimissimi anni, con le contaminazioni
e la pluralità degli stili, l'approccio alla musica contemporanea
è forse in certo qual modo facilitato; si ha l'impressione che tutti
gli autori cerchino una maggiore comunicazione attraverso linguaggi
meno ostici, attraverso citazioni e rimembranze che avvicinano un
po' di più il pubblico.
Ma questo ci porta a un'altra difficoltà che si incontra
nel parlare di musica contemporanea: la delimitazione dei generi e
delle proposte. Talvolta si ha come il sospetto che certa produzione
nasca senza un passato; invece è forse più probabilmente la risultanza
di un sofferto cammino della musica che via via si è spogliata di
sovrastrutture di vario tipo (ideologie, impegno, tensione pionieristica)
per poi abbandonarsi e ripiegarsi su se stessa, in quella che può
talvolta sembrare quasi una regressione.Oggi, infatti, si trova di
tutto come in un fiorente supermarket dove c'è il banco dei neo-romantici,
dei post-moderni, di nuovi sperimentalisti, ma anche di coloro i quali
continuano un percorso in cui è sempre riconoscibile la stessa cifra
estetica, sociale e filosofica.
La polivalenza delle proposte di oggi più che di ieri
(anche se ci sono sempre state correnti diametralmente opposte, basti
pensare alla coesistenza di Schoenberg e Strawinski), la possibilità
di ascoltare, ad esempio, musica scritta ancora con un rigore contrappuntistico,
accanto a scritture eminentemente armoniche, con infinite varianti
strutturali, o totalmente astrutturali, a echi di un post-serialismo,
ad abbinamenti singolari eppure già visti, come quello del pianoforte
e delle percussioni per il solo pianista, a scritture che traggono
spunto da un gusto grafico o comunque fortemente legate a una "pittoricità",
all'improvvisazione pura o su schemi di autore, a musiche ispirate
e destinate all'infanzia (in questi ultimi anni quasi un nuovo rinascimento),
a qualche rara rimanenza del pianoforte preparato di cui si potrebbe
dichiarare la fine dopo la vorticosa corsa sperimentativa della metà
del secolo (stessa cosa si potrebbe dire della fase "aleatoria"),
all'esperienza elettronica con le sue risorse di partecipazione in
"presa diretta" live, evoluzione
dell'abbinamento del pianoforte al nastro magnetico negli anni che
vanno dal '60 all'80.
Insomma, tutto ciò e altro ancora, basti solo pensare
alle mescolanze di stili diversi, alle influenze di altre culture;
come ho già detto, il panorama è talmente vasto che, per delimitare
un percorso, mi limiterò a seguire il tracciato di alcune fra le opere
da me eseguite, spesso in prima esecuzione, che mi hanno dato, attraverso
l'incontro con il compositore (quando questo era possibile), gli stimoli
essenziali per catturare il "senso" della partitura. Quanto all'epoca
cercherò di restare tra le opere più recenti anche se saranno naturali
riferimenti e accostamenti a pagine precedenti.Nel corso del mio lavoro
di pianista, infatti, mi è spesso capitato, ogni qualvolta affrontavo
una nuova partitura, di trovare riferimenti, di fare associazioni
mentali a brani di un passato non molto remoto, di riconoscere stili
e discendenze.è chiaro che sono impressioni, visioni e rimembranze
di un pianista, forse di un pianoforte, ma sicuramente non di uno
storico.
Inizierei con qualche esempio recentissimo di scritture;
è di pochi mesi fa (agosto '98), la prima esecuzione assoluta di brevi
brani per pianoforte firmati da Aldo Clementi, Francesco Pennisi e
Ivan Vandor.Si tratta di tre valzer e sono in realtà tre diversissime
rivisitazioni di questa danza.
In Loure di
Clementi (da me chiamato amichevolmente l'ultimo dei fiamminghi) ritroviamo
la sua tipica scrittura contrappuntistica.Un canone
a quattro voci, in quattro tonalità diverse.
Il rigore della scrittura che si manifesta nel contrappunto
è presente in molte composizioni di Clementi; citerei tra le sue numerose
composizioni per pianoforte la Rapsodia
per orchestra con accompagnamento di Pianoforte del '94, una fittissima
trama contrappuntistica tessuta con "cellule" tratte dalla berceuse e dalla barcarola di
Chopin; Frammento dell'84
(un canone a 6 voci, totalmente scritto su tre pentagrammi) e B.A.C.H. del '72, un brano affascinante che
per me divenne una prima
esperienza di alea quando, in una provocatoria esecuzione, feci durare
la "pagina", della durata di meno di un minuto, da ripetere un minimo
di tre volte, una buona mezzora.
Filone contrappuntistico, quindi, quello di Clementi,
uno dei tanti parametri linguistici di questo secolo, non legato alla
serialità, che mi ha portato attraverso Casella (due ricercari sul
nome Bach del '32) fino al 1910, anno della stesura definitiva per
pianoforte solo della Fantasia contrappuntistica di Busoni, dove la tecnica polifonica realizzata
per pianoforte, raggiunge forse il suo climax.
Su tutt'altra posizione il brano di Pennisi, Le fantôme de la Valse oubliée, un valzer
lentissimo dove una scrittura sfilacciata e incerta va alla ricerca
di una memoria di inconsci ricordi, attraverso vaghe citazioni; una
tecnica raffinatissima, fatta di accordi di sapore agro-dolce, improvvisi
arpeggiati "rapidi", frammenti di melodie.Una
cifra che ritroviamo in tutta la produzione pianistica precedente
del Maestro, sempre contrassegnata dalla brevità quasi aforistica
e dal "sapore" armonico prevalente.
La furia iconoclasta della "pagina" di Vandor, Marie-Claude (tempo di Valzer viennese),
usa il pianoforte per scaricare una furia selvaggia, forse un'inconscia
aggressività verso lo strumento e verso il pianista che è costretto,
per suonarlo a tempo giusto e con la dovuta tensione, a eseguirlo
quasi in apnea (dura solo un minuto). Mentre la studiavo mi sembrava
di riaffrontare gli stessi problemi tecnici trovati in Masse
di Giacomo Manzoni, del '77, un'autentica sfida del pianoforte
all'orchestra.
Vengono anche in mente certe dissacrazioni percussive
che, passando attraverso la Turangalila
Symphonie di Messiaen per pianoforte e orchestra del '46-'48 (penso
alla cadenza pianistica del 5º movimento dove una scatenata e forsennata
sequenza di "terze alternate" bombarda la tastiera in tutta la sua
estensione come in un "a solo" di batteria jazzistico), arrivano al
Ragtime della Suite
1922 di Hindemith nella cui didascalia introduttiva si legge:
"Non badare a quello che hai imparato durante la lezione di pianoforte.Non
stare a pensarci su se devi suonare il re diesis con il quarto o il
sesto dito.Suona questo pezzo in maniera molto selvaggia, ma mantieni
sempre rigorosamente il ritmo, come una macchina. Considera qui il
pianoforte come un'interessante specie di strumento a percussione
e agisci di conseguenza".
La cifra percussiva di questo brano richiama anche alcune
atmosfere della Concord di
C. Ives dove, a metà del secondo tempo, un episodio di stampo jazzistico
culmina con un isterico bombardamento di cluster
suonati col pugno chiuso. Sicuramente i primissimi cluster della
storia del pianoforte e forse uno dei primi esempi di dissacrazione
dello strumento. (Siamo ancora solo attorno agli anni '10...).
I tre valzer di Clementi, Pennisi e Vandor sono solo
tre esempi di diversità di scrittura intorno a un medesimo tema trattato
però con una serie di caratteristiche di scrittura che sintetizzeremo
nella parola "rigore".Penso al rigore di struttura, di linguaggio,
di ricerca, un'originalità senza sovvertimenti e demolizioni, un sano
costruttivismo in opere che danno una sensazione di energia positiva,
una creatività canalizzata, non una sperimentazione totale.
Ma sono moltissime le citazioni che potrei fare a dimostrazione
della poliedricità degli stili sia pure all'interno di un sano e vitale
rigore.
Ad esempio di questi ultimi anni '90 non si può non citare
di Elliot Carter 90+, scritto
per le novanta primavere di Petrassi, nel quale, in contrapposizione
ai pezzi analizzati finora, è presente un'accesa e voluta emotività
che fa ripensare alle Night
Fantasies dell'80, un pezzo che costituisce sicuramente un contributo
significativo al nostro repertorio; una scrittura pianistica ricca
di accadimenti che comunica una certa "visionarietà", quella che appare
nei momenti in bilico tra la veglia e il sonno, di ascendenza del
primo Schumann.
Come definire la musica pianistica di Donatoni? Forse
di "rigore con fantasia" straordinaria è la serie delle
Françoise Variationem imponente raccolta terminata in questi ultimi
anni: una lunga gestazione, un "diario" personalissimo che, accanto
all'artigianato di livello indiscusso, indagante su vari aspetti del
pianismo quali: il legato, lo staccato, i salti, gli arpeggi, gli
accordi (ripetuti o ribattuti), gli abbellimenti, ecc. conquista una
libertà di espressione, una spontaneità, una fantasia ammirevoli e
già presenti in
Rima dell'83.
E poi ancora rigore con fantasia e forse anche humor
e ironia in Azio Corghi; nella sua "Chansons
d'élite..." dell'89, per pianoforte (con voce ad libitum), sono
presenti due cifre caratteristiche della produzione contemporanea,
la citazione dotta (Bach, Schubert, Schumann) e il canto popolare.
Su posizioni molto diverse sono i cosiddetti neo-romantici,
di cui Wolfgang Rihm è valido rappresentante.Usando anche intervalli
di quarta e quinta giusta o comunque alcuni accordi consonanti che
"rompono" con il passato prossimo dedito soprattutto alla dissonanza
(penso al
Klavierstuck nr. 6 Bagatellen) del '77-78 sempre di Rihm, si realizza
un recupero e una "rilettura" di alcuni stilemi linguistici. Ad esempio
alla quarta battuta abbiamo il segno espressivo tanto caro ai romantici
e agli espressionisti di origine vocale: <> (cresc./dimin.)
sulla nota singola; un gesto, un'intenzione espressiva tra le più
affascinanti, che convivono con tratti di scrittura riconoscibilmente
coeva.
Indubbiamente non si può dimenticare il grosso debito
che tutta la musica contemporanea ha con la dodecafonia. Anche se
la serialità non appare più ormai nella musica di questi ultimissimi
anni, se non in pallidi e rarissimi echi, un compositore come Camillo
Togni ha continuato nel corso della sua produzione a usare la serie
dodecafonica che aveva introdotto in Italia nel '41-42 con Serenate,
prima partitura "seriale" italiana.
Echi di questa scrittura si trovano ancora nella serie
dei Capricci dello stesso Togni: sei brani
per pianoforte che coprono un lungo lasso di tempo (dal '54 al '91).
Dopo i primi famosi contributi viennesi, i proseliti
furono numerosi negli anni successivi. Tra i tanti ricorderò Dallapiccola
con Diario di Annalibera (1952) un felice connubio
tra il rigore seriale e un gusto armonico-espressivo, mentre Berio,
con le Cinque Variazioni ('52-53)
dedicate a Dallapiccola, offriva già un pianismo colto, con accenni
a "risonanze" e "sonorità" che in seguito raggiungeranno traguardi
memorabili per il pianoforte.
Goffredo Petrassi, invece, ha sempre respinto la dodecafonia,
dal suo "debutto" pianistico – è del '26 la Partita
di chiara ascendenza barocca – al Concerto
per pianoforte e orchestra (1936), dove si riconoscono le influenze
di Hindemith e Strawinski.Il percorso pianistico si concluderà con
le Invenzioni del 1944 dove realizza una felice
sintesi tra un linguaggio atonale con inserti diatonici e punte di
tonalità che ne fanno una raccolta di ricchissimi e densi umori.Il
pianoforte esce vivificato da plurime esperienze strumentali, dal
gusto del colore, delle ornamentazioni, della timbrica.
La brevità è stato un genere molto frequentato nel Novecento
quando assistiamo alla creazione di veri aforismi in musica; dopo
l'op. 19 di Schoenberg, e Kinderstucke di Webern ricorderò gli Eight piano pieces op. 3 di Kurtag. Forse
anche i deliziosi Leaf e Brin di Berio, ambedue del '90, potrebbero
rientrare nella letteratura aforistica, a cui, tra i più recenti contributi,
aggiungerei quelli di Paolo Arcà (Bagatelle) di arguta semplicità che ricordano un po' Satie e Gli studietti di Betty Boop di Ada Gentile,
geniali quadretti pianistici.
Un lungo aforisma definirei il felicissimo Clair de lune op. 25 che Sciarrino ci ha regalato nel 1976, per pianoforte
e piccola orchestra: un disinvolto e leggiadro volteggiare, un veloce
guizzo pianistico, squisito, solo quattro minuti, poi un leggero rimpianto.
La musica destinata all'infanzia, recentemente ha avuto
contributi ragguardevoli: tra i tanti, ricorderò i brani di Bussotti,
Bosco, Clementi, Pennisi, Gentile, D'Amico, ecc. Questa letteratura
pianistica ha comunque il referente maggiore in Kurtag che con i suoi
4 libri di Jatékok ha arricchito genialmente il "campo".Bisogna
risalire a Bartók per trovare un contributo significativo del "genere".
Dopo questa brevissima e sicuramente incompleta panoramica
sulla musica d'oggi, vorrei fare un rapidissimo accenno ad alcuni
di quegli elementi che questa musica hanno fortemente caratterizzato,
alcuni dei quali sono, tra l'altro, la causa dell'incomprensione tra
compositori e grande pubblico.
Al solo dare un'occhiata superficiale alle partiture
degli ultimi decenni, appare subito evidente come il "ritmo" sia tra
gli elementi che si sono maggiormente evoluti sino allo stravolgimento.
Un esempio emblematico è la partitura del brano "di sussurri e di tremori" dell'82 per
pianoforte e orchestra di Adriano Guarnieri dove la flessibilità del
ritmo raggiunge esiti clamorosi, quasi un susseguirsi di "cadenze":
ogni sezione brevissima inizia, accelera, rallenta, si ferma in una
corona, un bel respiro e riprende lo stesso percorso.
Di questa straordinaria evoluzione ritmica sono stati
gli artefici quasi tutti i maggiori compositori di questo secolo.
Citerò solo il contributo di Ives che già prima delle perentorietà
e audacie del Petruska e delle irregolarità di Bartók,
nella Concord (ancora troppo
ignorato questo capolavoro) e ancor più nella IV
sinfonia attua la poliritmia. In questo pezzo è tale la complessità
ritmica, da giustificare la presenza di un secondo direttore d'orchestra.Ricordo
ancora la fatidica battuta 72 del quarto tempo dove una plurima sovrapposizione
ritmica al pianoforte solista mi costrinse a uno studio specialissimo.
Ancora di Ives mi servirò per accennare alla "struttura",
altro cardine fondamentale su cui si è basata la rivoluzione della
nuova musica.Ancora una volta mi piace trovare nella
Concord-Sonata le tracce di quelle modifiche fondamentali comuni a
tanta musica di oggi. Ives, che aveva esordito con la
Trhee page sonata di minuscole proporzioni, passa poi con la First Sonata e la
Second Piano Sonata "Concord Mass..., 1840-60" alla possente monumentalità.Prendiamo
solo il primo tempo di quest'ultima dove sezioni chiamate Poesia si
alternano a quelle dette Prosa nelle quali spariscono le stanghette
di misura, quasi un rifiuto di ogni forma metrica.è questo il percorso
strutturale che nella musica americana arriverà fino a Cage e alla
sua Music of change del
'51, dove anche le durate sono determinate dalla casualità, cioè dal
lancio delle monetine usate nell'oracolo cinese dell'I King.
Pochi anni dopo, dall'altra parte dell'oceano Pierre
Boulez, nella Troisième Sonata
(1957), non finita, nel secondo "formante", "Trope",
creava una struttura circolare, stampata su una spirale che consente
l'inizio da qualsiasi pagina (rievocazione di Livre
di Mallarmè?).Nel terzo "formante" poi Costellation-Miroir,
l'interprete sceglie il percorso, all'interno di varie possibilità
previste dall'autore.Ogni esecuzione potrà essere diversa anche se
i materiali sono quelli comunque decisi dal compositore.
Arriviamo così ad un altro argomento familiare alla nuova
musica, quello dell'alea.
Se quella della Troisième È
un'alea controllata, un passo avanti verso quella totale è il
Concert for piano and orchestra di Cage scritto tra il '57 e il '58
dove inoltre è abolito il limite tastiera-cordiera, un "pianoforte
totale" quello realizzato da Cage.Qui l'abolizione della forma si
aggiunge alla notazione originale e curiosa che va dall'accumulazione
di segni, fino alla scrittura rarefatta che raggiunge nella famosa
pagina 15 il nulla, il foglio immacolato che non necessariamente il
pianista interpreterà come il silenzio programmatico del famoso e
provocatorio 4'33" (di silenzio).
È questo il periodo (fine anni Cinquanta) in cui il ruolo
dell'interprete può sfiorare quello del clown e del prestigiatore:
far roteare in aria una mazza di timpano e suonare sulle corde o pizzicarle
mirando a suoni ben precisi, oltre che a chiudere violentemente il
coperchio del pianoforte, come accade nel Concerto per pianoforte e orchestra di Bruno Maderna.
Talora il pianoforte diviene uno scrigno magico da cui balzano fuori
sorprese impensabili, "aggeggi" vari, quali bicchieri, palline di
ping pong, pettini, etc.
I famosi Five pieces
for David Tudor di Bussotti, pubblicati nel 1959, segnano l'apice
della scrittura indeterminata, coinvolgendo struttura, altezze, ritmi,
durate, grafia, e quant'altro. Lo scalpore che suscitò questa partitura
fu causato anche dal silenzio dell'autore, nessuna spiegazione! Di
fatto ci troviamo innanzi al segno grafico puro, anzi al disegno preesistente,
l'Alea è totale; nessuna esecuzione potrà
mai essere simile a quella di un altro interprete. Tutto sarà lecito;
allo sgomento iniziale dell'interprete, subentra poi un cauto "osare"
finchè giunge ad una vera e propria creazione (mai il pianista fu
tanto coautore!).
Stiamo parlando ormai di "improvvisazione", altro terreno
esplorato o riconquistato negli ultimi decenni; personalmente ho il
ricordo di emozionanti esperienze di improvvisazione, sia libera,
sia su schemi di autore con i Virtuosi
di Nuova Consonanza: due tromboni, percussione, contrabasso e
pianoforte, a cui si aggiunse il gruppo Agon
di Milano, con il contributo elettronico live.
Quanto alla timbrica, la produzione contemporanea ha
seguito un interessante percorso che potrebbe iniziare dal
cluster per arrivare al pianoforte preparato e quindi al repertorio
con il nastro magnetico e "oltre".D'altronde lo stesso
cluster parte da una scrittura determinata, per giungere poi a una
indeterminata: Ives, Cowell, ad esempio, scrivono
clusters esattissimi: nella Concord addirittura Ives indica le misure millimetriche che il righello
di legno dovrà avere, al fine di suonare i raggruppamenti di note
previsti.
Nel Piano-Concerto
di Cowell (del 1928, eseguito solo nel '76 in prima europea a Torino)
i clusters hanno l'esatta lunghezza di due ottave, il non prenderli
esattamente nei passaggi virtuosistici viene avvertito benissimo come
una dannatissima "stecca".
Con Proiezioni
sonore di Franco Evangelisti ('55-'56) ci avviamo verso l'indeterminazione;
presto sarà segnata solo più o meno la zona del pianoforte ove si
dovrà suonare il cluster.
Una nuova evoluzione della timbrica si avrà con il pianoforte
preparato di Cage, con le "preparazioni" dure (bulloni di ferro e
affini) e quelle cosiddette "morbide" (carta stagnola, cartoncino,
carta vetrata, ecc.), usate, per esempio, in Frammento
di Aldo Clementi (1983).
Il "pianoforte e nastro magnetico" ha una testimonianza
fondamentale con... sofferte
onde serene di Luigi Nono (1977).L'integrazione del pianoforte
nel "suono" che scaturisce dagli altoparlanti, unendosi e confondendosi
in una simbiosi sonora, secondo il felice suggerimento dello stesso
Nono durante una prova di concerto, procura suggestioni difficilmente
dimenticabili.Già in
Como una ola de fuerza y luz (1972), Nono aveva affiancato al soprano
e al pianoforte l'orchestra e il "Nastro".
Con Kontacte di
Stockhausen (1960) abbiamo un'ulteriore evoluzione del discorso timbrico;
qui infatti al nastro magnetico e al pianoforte si aggiungono le percussioni.Devo
a Cristoph Caskel (rivelatosi eccezionale partner) ed ai suoi cortesi
suggerimenti su come organizzare la "diteggiatura" delle numerose
percussioni da suonare contemporaneamente al pianoforte, se sono riuscito
nell'impresa in un pezzo che è straordinariamente coinvolgente e divertente
da suonare.
Di questi recenti anni è la Prima
sonata di Marco Di Bari che al pianoforte, con scrittura che definirei
eroica, aggiunge qualche strumento a percussione che complica un po'
la vita del pianista però in un risultato alquanto suggestivo.
Dall'altro polo della ricerca timbrica c'è l'aspirazione
all'"appena udibile", che ha coinvolto numerosissimi compositori.Estremo
il caso già citato "di sussurri
e di tremori" di A.Guarnieri che provocatoriamente prescrive al
solista e all'orchestra ben 16 p.
Ancora una volta già all'inizio del secolo nel quarto
tempo della Concord abbiamo
un primissimo germe del "soffio" timbrico.Ives prescrive infatti che
in questo movimento le sonorità debbano essere decisamente più basse,
rapportando il "forte" al "mezzopiano" degli altri movimenti.Si capisce
subito che quando invita a suonare ppp
il risultato sonoro dovrà essere solo alle "soglie" del suono.
Sono di questi anni anche i Préludes
di Debussy, a cui seguiranno gli Etudes,
dove delicatezze del suono dovranno spesso giungere al limite
del mezzo; indubbio anche il contributo su questo tema dei "Viennesi":
il pianoforte deve imparare a "gemere" quasi a "bocca chiusa" anche
nella stupenda letteratura liederistica, penso almeno all'op. 3 e
4 di Webern.
Nono, poi, ha fatto sua questa ricerca negli anni '70
e, più recentemente, Ennio Morricone in due dei suoi
Quattro studi ('83-89).
Denominatore comune della letteratura contemporanea pianistica
è la grande attenzione al pedale; quando leggiamo, ad esempio: "ped. sempre, ma cambiarlo impercettibilmente,
quando le risonanze del registro grave si inspessiscono troppo"
che Vandor indica nella sua Fantasie
per pianoforte e orchestra del '92, si dà per scontato che la
sensibilità dell'interprete e soprattutto la sua tecnica di pedalizzazione
sono fattori ormai acquisiti; questa partitura, di una complessa scrittura
strumentale-espressiva, necessita di una raffinatissima pedalizzazione
che ne esalti tutte le intenzioni.
La storia dell'interpretazione di questa seconda metà
del secolo è connotata da un continuo raffinare e sviluppare la tecnica
del pedale.Da quello debussyano, raramente suggerito, che necessita
di una buona capacità analitica armonica-strutturale, a quello del
2º dopoguerra quando il pedale diventa spesso protagonista (penso
all'indicazione di 1/4, 1/2 pedale e, soprattutto, al Sustening
pedal, presente in tutti i maggiori compositori contemporanei
(Boulez, Cage, Stockhausen, Nono, Berio, ecc.).La pedalizzazione contemporanea
costringe talvolta ad autentici virtuosismi di "piede" come ad esempio
in Music of change quando sono da usare tutti
e tre i pedali contemporaneamente.
Clamorosa è la risultante dell'uso di
Sustening nella Sequenza per
pianoforte di Berio. Ancora di Berio Leaf propone con il Sust.
Ped.accordi staccatissimi che lasciano sul campo solo alcune note
preventivamente "prese" con il 3º pedale.
Qualche volta ho istintivamente accoppiato la pedalizzazione
a una "gestualità" che ne sottolineasse l'arduo compito di "tenere"
le sonorità. Mi spiego subito con un esempio: in Proiezioni
sonore Franco Evangelisti conclude il primo pezzo, con sonorosissimi
clusters per ambedue le mani da lasciar
vibrare fino allo spegnimento del suono quasi totale. Nell'esecuzione
mi venne spontaneo lasciare le due braccia sollevate sopra le note
appena suonate, come nel tentativo di mantenerne la sonorità. Questo
gesto di tensione durò fino allo spegnimento totale del suono e nessuno
del pubblico osò respirare, finchè io abbassai le braccia.
Anche i Last pleces
di Feldmann degli anni '50, con le loro duree
are free, accordi lentissimi, allucinati che si spostano dal registro
grave a quello acuto, avrebbero bisogno, a parer mio, di una sobria
e sana gestualità. Si potrebbe definire, questa, musica "meditativa".Già
nel 1934 Scelsi, tra i Preludi,
profetizza Feldmann con il Preludio
XII (accordi dissonanti lentissimi con l'indicazione allucinato).Ma
forse non è Debussy con il suo personalissimo Laissez vibrera seminare tutto ciò?
Termino con un pensiero affettuosamente grato ai
pianisti che hanno rappresentato la contemporaneità: Tudor, Kontarski
e l'italiano Bruno Canino. A Maurizio Pollini un pensiero speciale
per il merito di aver, con la sua autorità, dato una consacrazione
a questa musica.