1.Obiettivi della ricerca
I pianoforti storici del XVIII e XIX secolo rappresentano
oggi in Europa un grande patrimonio storico, oggetto di studio, conservazione,
restauro e riuso. Questi strumenti costituiscono l'ambiente timbrico
al quale si indirizzò tutta la letteratura pianistica fino all'elaborazione
definitiva della tipologia Steinway tardo romantica, prototipo del
pianoforte moderno, cioè fino all'ottavo decennio del XIX sec. Prima
di questo periodo il pianoforte non presentò una fisionomia univoca,
articolandosi in alcune tipologie, differentemente interpretate dalle
diverse manifatture, che caratterizzarono alcune aree geografiche
principali (Impero Austro-Ungarico, Francia, Germania, Inghilterra
e Stati Uniti).
Il culto dell'originalità proprio dell'estetica romantica
e la fiducia in un illimitato sviluppo produttivo, caratteristico
della rivoluzione industriale, contribuirono alla multiformità degli
esiti timbrici, estetici e tecnologici del pianoforte. In seguito
si affermò un'accezione più univoca dell'idea dello strumento, rendendo
obsolete nel volgere di alcuni decenni le molteplici tipologie romantiche.
Scomparve il complesso equilibrio produttivo che aveva reso possibile
la produzione di quei raffinati strumenti: i pianoforti romantici
divennero muti documenti di una civiltà musicale conclusa.
Questa ricerca ha mirato a sviluppare contemporaneamente
le fasi dello studio, della conservazione, del restauro e riutilizzo
di questi strumenti, allo scopo di decifrare le preziose informazioni
e suggestioni in essi contenute. Gli obiettivi principali sono stati:
coniugare
in maniera ottimale le esigenze poste dalla tutela del bene storico
(conservazione dei materiali e degli assetti originali, reversibilità
degli interventi) con quelle del riutilizzo per la ricerca pianistica
interpretativa (raggiungimento di una piena efficienza fonico-meccanica),
evidenziando gli aspetti distruttivi connessi all'uso e a procedure
di manutenzione spesso adottate;
ancorare
le procedure di restauro a considerazioni scientifiche e a quantificazioni
oggettive, svincolandole dall'aleatorietà dei giudizi soggettivi ed
episodici. Ciò ha significato applicare alla ricerca organologica
e all'analisi dei risultati un costante controllo quantitativo e qualitativo,
tale da rendere "oggettivo" l'intervento, cioè controllabile con strumenti
e metodiche scientifiche fisico-acustiche, evitando che il restauratore
sia, per così dire, un sistema di giudizio autoreferenziato.
La definizione di tali complessi aspetti fisico-acustici
si è avvalsa di attrezzature di precisione, alcune delle quali appositamente
progettate e realizzate per la quantificazione dei dati, quali: micrometro
centesimale a scorrimento su barre d'acciaio rettificate, doppio percussore
elettromagnetico dei tasti a quattro intensità, Shoremeter per la
determinazione della densità del feltro, psicrometro di Assmann, igrotermoigrografo
mensile, apparecchiature di controllo del tasso igrotermico e di condizionamento
dell'aria, apparecchiature professionali per le riprese sonore e l'elaborazione
informatica;
- proporre
una soluzione alla sfida posta dal ripristino di oggetti la cui commercializzazione
fu possibile grazie alla parcellizzazione e all'organizzazione su
media scala del lavoro manifatturiero, nell'ottica di una ricomposizione
di competenze a livello di singolo operatore o di piccolo atelier,
che si colleghi oggi all'utilizzo della tecnologia avanzata;
- coniugare la ricerca organologica e la verifica scientifica dei risultati del
restauro con la ricerca interpretativa pianistica e la riflessione
critico-musicologica.
2.Aspetti dell'obsolescenza dei pianoforti storici
Questa ricerca si è concentrata su alcuni aspetti centrali
del problema del restauro timbrico:
l'obsolescenza
del nesso tavola armonica/catene, che si presenta con rotture longitudinali
e deformazioni permanenti, evidenziate dalla concavizzazione più o
meno irregolare della superficie. L'obsolescenza è dovuta sia al divario
fra il livello igrotermico al momento dell'assemblaggio dello strumento,
e le condizioni medie d'esercizio (combinato alle differenze dei coefficienti
di ritiro e rigonfiamento del legno nelle direzioni radiale e assiale,
in corrispondenza delle modificazioni igrometriche) sia al comportamento
visco-elastico del legno (esaltato dai cicli di aumento-diminuzione
dell'umidità del materiale). Tale aspetto comporta modificazioni dell'assetto
fisico originale e del rendimento timbrico;
l'obsolescenza
delle martelliere, dovuta al normale uso dello strumento, che si manifesta
con la solcatura, la consunzione e il decremento della tensione del
feltro (o delle pelli) e che è causa della deformazione del transiente
attribuito dal costruttore allo strumento. Oltre un certo limite di
consunzione del materiale il timbro originale può divenire irriconoscibile;
il degrado
delle meccaniche, conseguente alla consunzione e distruzione dei materiali
anti attrito e anti rumore, e alla modifica dei parametri di registro,
fino all'impossibilità di ripristinare un'efficienza meccanica che
permetta di sottoporre lo strumento alle sollecitazioni della virtuosità
pianistica;
l'usura
dei somieri, evidenziata da allargamento e ovalizzazione dei fori,
e da rotture longitudinali.
I seguenti elementi espositivi si riferiscono ad alcuni
aspetti salienti di questa ricerca.
3. La martelliera come fonte storica diretta: restauro e replica
Il riutilizzo per l'interpretazione degli strumenti del
periodo romantico, e la decodifica delle preziose informazioni storiche
e suggestioni estetiche che tali strumenti documentano, incontrano
oggi un serio ostacolo nel problema della consunzione delle martelliere
guarnite esternamente di feltro, talvolta molto morbido, generalmente
meno resistenti di quelle costruite interamente di pelle.
Com'è noto, fino al terzo decennio del XIX secolo i martelli
dei pianoforti erano costituiti da un supporto di legno, ricoperto
da vari strati di pelle prevalentemente d'animale selvatico. Le specie
animali prescelte (cervo, daino, camoscio, alce ecc.), lo spessore
dei singoli strati e il procedimento di concia contribuivano a conferire
il particolare tipo di transiente desiderato dal costruttore. Dalla
fine del XVIII sec. le martelliere furono sottoposte a un costante
incremento di peso e dimensioni in rapporto con l'aumento del peso
e della trazione delle corde. Nel 1826 H.Pape brevettò la guarnitura
di feltro, che in alcuni decenni sostituì quasi completamente quella
di pelle.
I costruttori abbandonarono lentamente il gusto timbrico
spiccatamente nasale connesso all'uso della pelle, che aveva caratterizzato
l'era del pianoforte antico. Dal quarto decennio del XIX secolo, durante
una fase di transizione da alcuni abbandonata prima della metà del
secolo, da altri protratta più a lungo, la maggior parte dei costruttori
europei sovrappose uno strato di feltro a martelli costituiti da un
supporto lanceolato di legno, guarnito da due, tre o quattro strati
di pelle (Fig. 4). In seguito (sesto decennio dell'Ottocento), alcune
manifatture americane (Chickering, Steinway), si rivolsero più precocemente
all'uso di un feltro esterno di considerevole densità e spessore,
sovrapposto ad un solo piccolo sottofeltro colorato (Fig. 6). Invece
il pianoforte dell'area austro-ungarica adottò dal periodo romantico
fino all'inizio del Novecento (e in qualche caso molto più a lungo),
martelli guarniti quasi interamente di feltro, ma senza abbandonare
la ricopertura esterna di pelle (Fig. 5).
Questa ricerca si è orientata a limitare l'intervento
di restauro sulle martelliere originali poiché, se il grado di consunzione
dello strato esterno di feltro è molto sensibile, l'unica operazione
di restauro possibile è la rifeltratura, procedimento che può essere
considerato distruttivo e irreversibile.
È da rilevare che nelle martelliere di feltro del periodo
romantico (che adottano feltri di consistente spessore nella fascia
medio-grave), lo smontaggio del feltro causa la perdita d'insostituibili
informazioni dirette sul carattere timbrico perseguito dal costruttore
e sulle specifiche modalità costruttive. La verifica fisica sul feltro
smontato risulta ben diversa da quella eseguibile sul feltro applicato
al martello. La condizione del feltro applicato al martello, infatti,
è determinata in modo irripetibile dalla forte torsione connessa alla
plicatura apicale e alle forze (trazione-pressione) applicate dal
costruttore durante l'assemblaggio. Pertanto le martelliere originali
dei pianoforti del periodo romantico costituiscono un irripetibile
documento storico, che va conservato in modo tale da permettere anche
ai posteri la consultazione e l'utilizzo delle preziose informazioni
storiche che esse contengono.
Mi sono quindi orientato verso la replica integrale delle
martelliere originali, soprattutto nei casi in cui queste ultime si
sono rivelate in condizioni di degrado tali da non poter offrire una
documentazione attendibile del timbro originale. è comunque da rilevare
che la replica della martelliera è l'unico mezzo disponibile per armonizzare
concretamente i vincoli conservativi con le esigenze del riutilizzo.
Ciò risulterà ancor più evidente, nell'immediato futuro, per le martelliere
originali in buone condizioni, che abbiamo il dovere di trasmettere
intatte al futuro.
Se quindi non sono disponibili moderne repliche di martelliere
che permettano di limitare l'uso di quelle originali a particolari
occasioni concertistiche, disciplinari, o di registrazione, in modo
da preservarle dalla progressiva consunzione, le particolari modalità
distruttive concernenti l'uso dei pianoforti renderanno di fatto impossibile
l'avvio di una prassi esecutiva di un qualche impatto e diffusione
sui pianoforti del periodo romantico.
L'esecuzione odierna di martelliere di questo tipo è
ostacolata da alcuni aspetti tecnologici intrinseci alle modalità
stesse della loro produzione. I procedimenti di assemblaggio, già
nel quinto decennio del XIX sec., prevedevano l'uso di apposite macchine
per l'applicazione delle forze (per alcune tipologie varie tonnellate),
necessarie per l'incollatura del feltro e dei sottofeltri. I costruttori
attuali usano strisce pre-sagomate di feltro (molto più spesse e dense
di quelle usate nel periodo romantico), che richiedono l'uso di presse
della potenza di decine di tonnellate. La disponibilità di tali semi-lavorati
è possibile solo in un contesto di produzione di grande serie: la
fornitura di un limitato numero di strisce, per martelliere aventi
una forma e una consistenza completamente diversa da quelle correnti,
comporterebbe oggi costi di produzione insostenibili.
I restauri che ho realizzato, finalizzati alla ricerca
interpretativa, di importanti strumenti del periodo romantico (fra
i quali due pianoforti di Rossini), hanno così costituito un'occasione
per delineare una soluzione a tali problematiche.
Questa parte della ricerca si è posta i seguenti obiettivi:
progettare
e realizzare macchine piccole e maneggevoli, inadatte ai processi
di rifeltratura e replica delle martelliere su vasta scala produttiva,
ma ideali per limitate procedure di replica storica (e in casi particolari
di rifeltratura), nell'ambito del piccolo atelier di restauro, o del
singolo operatore;
sottoporre
la validità dei risultati timbrico-estetici alla verifica fisico-acustica,
attraverso l'uso sistematico di appositi mezzi di sollecitazione meccanica
del tasto (su quattro gradazioni di intensità), e di moderne attrezzature
acustico-informatiche. Il ricorso ai moderni mezzi di climatizzazione
si è reso necessario, non solo per la necessità di esercitare un controllo
rigoroso sulle condizioni nelle quali si svolgono le operazioni di
restauro (indispensabile nel restauro delle tavole armoniche e dei
somieri), ma anche allo scopo di garantire l'omogeneità igrotermica
delle condizioni ambientali nelle quali sono effettuate le misure
sonore. è ben noto, infatti, che il cambiamento delle condizioni igrotermiche
produce modifiche sul rendimento acustico del nesso tavola armonica-catene,
che si confonderebbero in modo inestricabile con le variabili che
invece si intendono isolare;
far convergere
tale verifica, di tipo scientifico, con la prassi concertistica diretta.
Ritengo quest'ultimo punto particolarmente importante. L'applicazione
della tecnologia avanzata (moderna microfonia professionale, tecnica
digitale, software fisico-acustici), offre insostituibili strumenti
di indagine, sul piano comparativo, riguardo alla configurazione spazio-temporale
del suono. Tuttavia le informazioni fornite da un'attuale ripresa
sonora sulla natura del timbro di uno strumento e sulla riuscita di
un restauro sono di per sé non probanti. Infatti, il tipo, il numero
e la disposizione dei microfoni usati, i più disparati ambienti di
registrazione, e infine le eventuali manipolazioni digitali del suono,
possono non solo modificare notevolmente il carattere di un timbro,
ma anche far apparire sufficientemente equilibrata la dinamica di
strumenti ai quali il restauro non è riuscito in realtà a restituire
una fisionomia adeguata alla scrittura pianistica coeva. è per questo
che l'uso concertistico diretto, entro ambienti di dimensioni compatibili
con quelli dell'epoca, costituisce un mezzo insostituibile di verifica
della risposta meccanica e della fisionomia timbrico-estetica che
il restauro è stato in grado di restituire allo strumento.
L'esecuzione di misure acustiche comparative sulle martelliere
originali e replicate, che permetta sia di documentare oggettivamente
l'efficacia dei risultati timbrici ottenuti dalla replica, sia di
offrire una piena trasparenza del percorso di restauro seguito, è
possibile soltanto se la replica delle martelliere è accompagnata
dalla replica integrale della relativa parte meccanica (stiletti,
forcole, barra, ecc.). Lo smontaggio dei martelli dai relativi supporti
è infatti una procedura reversibile solo sul piano teorico (specie
qualora le componenti meccaniche siano da tempo desuete), rendendo
in realtà impossibile qualsiasi futuro utilizzo comparativo e di verifica.
3.1. Due Pleyel di Rossini e un grande érard di fine Ottocento
Il restauro e replica delle martelliere dei due Pleyel di Rossini (nell'ambito
del loro completo ripristino timbrico), ha comportato una lunga ricerca
acustica (Ponzi F. et al. 1997), volta a validare oggettivamente i
risultati ottenuti con le repliche. Secondo una testimonianza giornalistica
della fine del XIX sec., il Pleyel petit à queue n. 10966 (1844),
del Comune di Bologna, sarebbe stato utilizzato da G. Rossini nel
soggiorno parigino in Rue Chaussée d'Antin. Lasciato in eredità assieme
ad altri oggetti (fra i quali il ritratto funebre di Rossini) al clarinettista
Liverani, quest'ultimo l'avrebbe donato al Civico Liceo Musicale di
Bologna. Per quanto riguarda il Pleyel petit à queue n. 11695 del
1846 (da me acquisito nel 1993), una lettera autografa di Rossini
del 10 agosto 1846, proveniente dall'archivio Pleyel *, ne attesta
con certezza l'acquisto in quell'anno da parte di Rossini stesso.
Le martelliere dei due strumenti documentano la fase
di transizione (sopra citata) fra uso esclusivo della pelle e uso
esclusivo del feltro, protratta nelle martelliere Pleyel fino al nono
decennio dell'Ottocento. I martelli del primo dei due strumenti (1844)
sono costituiti da un supporto lanceolato di legno di mogano, ricoperto
– nell'ordine – da due grossi sottofeltri di cuoio e pelle di alce,
molto duri, cui è sovrapposto uno strato sottile e tenero di pelle
di daino. I sottofeltri sono infine ricoperti da uno strato di feltro
avente una densità di circa 0,30 g/cm3.
Nella martelliera del secondo Pleyel (1846) il costruttore
omise completamente il primo sottofeltro di cuoio, mentre il feltro
esterno (che ha uno spessore analogo a quello precedente) è di maggiore
densità (circa 0,40 g/cm3), secondo quanto è più frequentemente riscontrabile
nel pianoforte Pleyel attorno al quinto decennio dell'Ottocento.
L'eleganza e dispendiosità costruttiva dei martelli Pleyel
(sottoposti a una continua sperimentazione, documentata da piccole
ma costanti oscillazioni di forma, assemblaggio e spessori dei materiali,
in parte conseguenti alle modalità di fornitura e produttive connesse
all'uso dei materiali stessi) testimonia la raffinatezza del risultato
perseguito e documenta la presenza di una particolare sensibilità
percettiva, probabilmente condivisa dal costruttore e dagli acquirenti.
Riguardo a quest'aspetto, il contesto urbano del tempo, soggetto a
una pressione acustica più bassa dell'attuale, e le condizioni socio-acustiche
generalmente differenti, giocarono probabilmente un ruolo importante.
Questo ricercato insieme di materiali fa riferimento a un gusto timbrico
caratterizzato da sottili nuances, tipico di una prassi musicale incentrata
nel salotto e in ambienti da concerto di dimensioni limitate. In questo
senso appaiono significative le esperienze musicali parigine di Rossini
e Chopin, che furono ammiratori di questa tipologia pianistica. Le
indicazioni dinamiche della produzione pianistica di quest'ultimo
evolvono dai più flebili livelli di pressione sonora con tre p (ppp),
ai più marcati, con tre f (fff), mentre quelle di Rossini vanno da
quattro p (pppp) a quattro f (ffff), implicando quindi una ricchissima
gamma di sfumature.
Lo spessore del feltro esterno – rilevato sui lati dei
martelli della prima martelliera (del 1844), data l'usura apicale
del materiale – va da circa mm. 5 nel martello più grave a mm. 1,5
in quello più acuto. La curva del decremento di spessore evolve in
modo disomogeneo rispetto a quella della trazione delle corde: (Fig.
9). Il feltro appare irreparabilmente consunto specialmente nelle
tre ottave più acute (Fig.7): in questa tessitura molti dei martelli
originali conservano ormai solo un sottilissimo strato di feltro sopra
i sottofeltri, in corrispondenza dei solchi causati dal contatto con
le corde. Non è stato eseguito alcun intervento su questa martelliera,
e sono state realizzate due repliche della martelliera stessa.
Per quanto riguarda la seconda martelliera (del 1846),
diversi feltri risultavano spezzati alla sommità per l'attacco dei
parassiti e quattordici martelli acuti erano mancanti. Questa martelliera
è stata pertanto restaurata, durante la fase iniziale di questa ricerca,
rifeltrando i martelli danneggiati in parte con feltro moderno avente
densità analoga a quella originale, e in parte con strisce di feltro
ricostruite (con feltro originale recuperato sul lato dei martelli).
Ciò ha permesso significativi raffronti fra il rendimento acustico
del materiale originale e quello moderno. è in corso la replica completa
di tale martelliera.
Le due repliche (Fig.8) della martelliera del pianoforte
del 1844, (complessivamente 200 martelli), sono state rispettivamente
guarnite con feltro corrispondente alle due differenti densità rilevate
nelle martelliere originali sopra descritte. Per permettere un effettivo
e rapido avvicendamento delle quattro martelliere così disponibili,
è stata eseguita anche una doppia replica dell'intera parte di meccanica
annessa ai martelli (stiletti, forcole, perni).
La verifica acustica ha preso in considerazione quattro
diverse martelliere: le due martelliere originali sopra citate e le
due martelliere replicate. Nel corso di tale ricerca sono stati assunti
e analizzati migliaia di campioni sonori, per mezzo della sollecitazione
elettromeccanica del tasto (sul Pleyel n.11695, del 1846), su quattro
diversi gradi dinamici (circa p, mp, mf, f).
Gli spettri armonici tridimensionali (waterfall) della
Fig.10 mostrano la somiglianza della configurazione di spettro fra
il martello originale e quello replicato con feltro più denso (SOL
1), rispettivamente al primo e al quarto livello di sollecitazione
meccanica.
Nelle forme d'onda alla Fig. 11 si può apprezzare un
incremento del range dinamico nel martello replicato, rispetto a quello
originale, piuttosto consunto.
Nella Fig.12 sono comparati gli spettri armonici del
transitorio (FA#3), ottenuti con due differenti martelli, guarniti
rispettivamente con feltro Pleyel originale di tipo più denso (in
alto), e con feltro moderno utilizzato per la replica più densa (in
basso). I due martelli sono stati usati sulle stesse corde per rendere
il confronto più significativo.
Gli spettrogrammi della Fig. 13, mostrano l'analogia
della configurazione spazio temporale della nota RE 3, fra la martelliera
originale del pianoforte di Rossini 10966 e la martelliera replicata,
guarnita di feltro avente una densità analoga a quella originale (circa
0,30 g/cm3).
La martelliera replicata con feltro più denso è stata
utilizzata sul Pleyel n.11695 (1846), per un ciclo di concerti che
ha permesso un'ulteriore verifica del rendimento fonico, dal punto
di vista interpretativo. L'avvicendamento delle quattro martelliere
sui due differenti strumenti, appartenenti ad un'identica tipologia,
ha permesso di verificare una gamma di sfumature ancor più ricca,
nella fascia del piano, per la tipologia di martelli fornita di tre
sottofeltri di pelle; ha inoltre permesso di constatare la pari incidenza
dei tre fattori principali: corde, tavola armonica, martelliera, nella
determinazione dell'identità timbrico-estetica di un pianoforte. Alternando
le martelliere replicate dall'uno all'altro pianoforte, lo strumento
del 1844 ha infatti evidenziato un carattere timbrico più classicista,
rispetto a quello del 1846, quest'ultimo dotato di una sonorità leggermente
blessé più peculiarmente romantica. è da rilevare che i due strumenti
dispongono di un'incordatura e di una tavola armonica pressoché identiche.
Pertanto tale importante differenziazione di carattere timbrico può
essere attribuita soltanto al diverso rendimento acustico della tavola
armonica.
È stata rilevata inoltre, come prevedibile, una maggiore
eguaglianza e maneggevolezza al tocco nelle martelliere replicate,
rispetto a quelle originali. Per le martelliere antiche sono verosimilmente
ipotizzabili, infatti, differenziati fenomeni di polverizzazione e
perdita di tensione del feltro, in corrispondenza di singoli settori
della tessitura, episodicamente più sollecitati dalle soggettive connotazioni
proprie all'uso secolare dello strumento.
Anche nel restauro scientifico dell'érard à queue de
concert (n. 63779, Paris 1890)*, è stata replicata la martelliera originale, assieme alla relativa
meccanica. Infatti (probabilmente nei primi decenni del secolo), furono
rifeltrati 67 martelli del diskant con materiale del tutto inadatto
per tipologia e spessore. Le modalità tecniche di tale intervento
testimoniano una completa perdita di memoria storica. Di questa martelliera
sono stati ora rifeltrati i 13 martelli che presentavano gravi danni
apicali del feltro causati da roditori. La martelliera stessa è stata
poi riposta in un apposito contenitore, allo scopo di garantirne la
perfetta conservazione futura e l'uso documentario e comparativo.
I 23 martelli più bassi, completamente originali, e in discrete condizioni,
sono stati utilizzati come preziosa fonte comparativa per le misure
acustiche, allo scopo di validare il procedimento di replica sia per
quanto attiene al materiale usato sia per la tecnica di montaggio.
La martelliera di quest'érard presenta una spiccata analogia
tipologica con quella del periodo romantico. Attorno all'inizio del
quinto decennio dell'Ottocento, la maison érard abbandonò gli spessi
sottofeltri di pelle, conservandone traccia soltanto nei colori variopinti
dei sottofeltri e nei primi due sottili sottofeltri in crosta bovina.
Rispetto alla martelliera della metà del secolo, si nota un profilo
più spiccatamente ogivale e un aumento di peso e volume. In particolare,
il feltro usato dall'ottavo decennio dell'Ottocento circa, risulta
un poco più morbido (circa 0,43-0,45) e più spesso rispetto a quello
utilizzato in precedenza (circa 0,50).
4. Il restauro delle tavole armoniche
Le rotture longitudinali da ritiro dimensionale sono,
come ho accennato, uno dei due principali aspetti dell'obsolescenza
delle tavole armoniche. Esse sono dovute sia a condizioni d'umidità
eccessiva al momento dell'assemblaggio della tavola armonica, sia
al dislivello fra il livello igrometrico medio riscontrabile nei luoghi
di produzione degli strumenti (in generale più alto che in Italia),
e ancora all'interazione fra il reiterarsi delle modificazioni igrotermiche
e il fenomeno dell'isteresi.
Ho più volte applicato una tecnica che prevede la chiusura
delle fenditure tramite l'inserimento di materiale omogeneo a quello
originale, per quanto attiene l'essenza arborea e la direzione anatomica,
ossia sottili listelli (solitamente da 0,3 a 0,8 mm.) primaverili
di picea abies Karst., dai quali è stata asportata la parte estiva
di crescita, più dura e inoltre facilmente rilevabile alla vista.
è infatti nella parte primaverile dell'anello annuale, più tenera,
che di norma si verificano le rotture. Si è preferito evitare il ricorso
alla tecnica "a clessidra", per via della maggiore rigidità
che essa comporta, dato il doppio strato di colla necessario.
Un problema più complesso è dato dalla modificazione
dell'assetto della tavola armonica conseguente all'obsolescenza. Un
cambiamento di un punto nell'umidità di equilibrio comporta una variazione
dimensionale dello 0,24% circa nella direzione trasversale del legno
di picea abies Karst., tagliato in senso radiale. è da ricordare che
la massima larghezza delle tavole armoniche durante il periodo romantico
può superare 120 cm Nello stesso tempo, per la medesima essenza,
le variazioni dimensionali nella direzione longitudinale (che è quella
che qui interessa, essendo le catene disposte in senso trasversale
rispetto all'andamento degli anelli annuali della tavola armonica),
sono circa dieci volte minori che in senso trasversale.
Questi elementi possono offrire un'idea delle notevoli
tensioni fra tavola armonica e catene, causate sia dal dislivello
igrotermico fra condizioni d'assemblaggio e condizioni medie d'esercizio,
sia dai notevoli sbalzi igrotermici normalmente verificabili durante
l'anno in ambienti chiusi privi di adeguati dispositivi di climatizzazione.
Rilevanti abbassamenti dell'umidità d'equilibrio comportano una spinta
aggiuntiva (risultante dalla tendenziale variazione dimensionale,
contrastata dalle catene) alla forza verticale impressa dalle corde
alla tavola armonica, attraverso i ponticelli. La posizione di questi
ultimi tende ad abbassarsi, rispetto alla posizione originale attribuita
dal costruttore, modificando l'entità della forza verticale stessa.
Il reiterarsi nel tempo di tali tensioni contribuisce in modo determinante
al prevalere di una componente permanente della deformazione su quella
iniziale, prevalentemente elastica, nell'insieme tavola armonica-ponticelli,
sottoposto alle sollecitazioni della trazione verticale e orizzontale.
La ricerca è ora orientata ad individuare la rispettiva
quota d'incidenza di ciascuno dei seguenti fattori, egualmente connessi
a modificazioni del rendimento acustico:
(1) abbassamento dei ponticelli;
(2) decremento della forza verticale applicata;
(3) prevalere della componente permanente della deformazione.
Il mantenimento della disposizione originale nell'insieme
tavola armonica-catene fu probabilmente un problema condiviso dai
costruttori del XIX secolo. In alcune tavole armoniche particolarmente
ben conservate è possibile verificare il profilo convesso attribuito
dal costruttore, allo scopo di compensare la forza verticale impressa
dalle corde ai ponticelli (Fig. 19).
Talvolta il completo smontaggio della tavola armonica
ha permesso di osservare l'attribuzione di un profilo leggermente
rivolto verso l'alto, alle imposte sulle quali la tavola armonica
è incollata. Durante il settimo decennio del XIX sec. nel pianoforte
Steinway, ad esempio, fu applicato un congegno per porre in tensione
le catene maggiori della tavola armonica, esercitando all'occorrenza
una forte spinta sulle punte delle catene stesse (Fig. 20).
4.1. érard à queue petit modèle
Nel corso del restauro di quest'érard (n. 23915, Paris
1852), è stato eseguito lo smontaggio completo e il successivo riassemblaggio
dell'insieme tavola armonica-catene, allo scopo di restituire allo
strumento un assetto simile a quello originale, modificato dall'obsolescenza.
Dopo il restauro, la tavola armonica ha assunto una posizione quasi
perfettamente pianeggiante con le corde tirate a diapason. è da rilevare,
infatti, che la messa in trazione delle corde ha comportato un abbassamento
di circa 4 mm. nei punti di massimo spostamento (in corrispondenza
con l'allineamento dei ponticelli). L'intervento è stato documentato
dalla registrazione di 80 campioni acustici prima e dopo il restauro
(Ponzi F. et al.1995). Prima di procedere alle misure acustiche, la meccanica
è stata riportata in perfette condizioni di funzionamento. L'intonazione
della martelliera (in ottime condizioni di conservazione) è stata
lasciata inalterata fino alla registrazione delle misure acustiche
dopo il restauro.
Le analisi mostrano un rapporto fra la modificazione
del rendimento acustico e l'entità degli spostamenti, nella disposizione
fisica della tavola armonica prima e dopo il restauro. Gli spettri
armonici tridimensionali della Fig. 26 visualizzano la nota LA 0 (n.
10 nel grafico della Fig. 22).
Le maggiori modificazioni di rendimento acustico, fra
i suoni registrati prima e dopo il restauro, sono verificabili nelle
forme d'onda e negli spettri armonici delle note comprese nei settori
dei ponticelli sottoposti a spostamenti più significativi (Fig.22),
in seguito alla restituzione di un assetto prossimo a quello originale.
Le forme d'onda alla Fig.27 e gli spettri armonici tridimensionali
delle Fig. 28 e 29 documentano
le modificazioni dell'ampiezza degli inviluppi e delle configurazioni
di spettro per le note MI1 (n. 17), e MI 2 (n.29 nel grafico della
Fig. 22), al quarto livello (f), prima e dopo il restauro.
Questi dati necessitano di ulteriori e ripetute verifiche
sperimentali prima di permettere la formulazione di giudizi definitivi.
5. Conclusioni
La metodologia della quale sono stati qui presentati
alcuni aspetti, è concentrata sulla verifica quantitativa degli interventi
eseguiti durante il restauro timbrico degli strumenti, che rappresenta
in quest'approccio il "cuore del problema" del restauro
di strumenti musicali storici.
La ricerca sulle caratteristiche timbriche delle varie
tipologie pianistiche del XIX secolo si è sviluppata contemporaneamente
attraverso l'analisi fisico-acustica, e attraverso la ricerca interpretativa
musicale con il contributo della cultura pianistica specializzata.
I numerosi strumenti restaurati fino ad ora sono stati usati per concerti
e registrazioni.
Ritengo che l'incontro fra i due diversi ambiti disciplinari,
scientifico ed estetico, possa orientare e migliorare la ricerca in
questo campo, attraverso la restituzione di una piena conoscenza dell'estetica
timbrica del periodo romantico.
Ringraziamenti
Ringrazio il Mº Piero Rattalino per l'attenzione dedicata
a questa ricerca e per gli approfondimenti e le riflessioni estetiche
e interpretative che mi ha suggerito, nell'ambito di più generali
occasioni di dibattito e di approfondimento disciplinare; un ringraziamento
particolare al Prof. Vinicio Gai, per i preziosi consigli, le puntualizzazioni
metodologiche e le indicazioni che mi ha offerto nel corso della ricerca,
riguardanti tematiche centrali del restauro e della conservazione.
Ringrazio infine per le osservazioni e i suggerimenti
gli amici Prof. Paolo Riva (Università di Brescia), Ing. Andrea Madini-Moretti
(Engineering and Consulting, Milano), e il Dr. Gabriele Bonamini (Istituto
di Tecnologia del Legno, Università di Firenze).
Bibliografia
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