Parlando di didattica per principianti e dilettanti bisogna
rispondere innanzitutto ad una domanda che sempre e doverosamente
pongono i neo-insegnanti, e poi accordarsi sulla risposta. "Come si
deve impostare l'allievo?", chiede al suo vecchio maestro il giovane
o la giovane che, appena diplomata, si è vista proporre la lezione
di pianoforte da impartire al figlioletto della vicina di casa. Dietro
la semplice ed ingenua domanda di coloro che si avviano all'insegnamento
si colloca in realtà un background tutt'altro che semplice: la vicina
di casa spesso pensa che il figlioletto potrà diventare un nuovo Pollini,
e che se anche non diventerà un nuovo Pollini dovrà fare studi seri
per conseguire il diploma. Non dico che sia sempre così, ma è così
in moltissimi casi: la prospettiva del pianoforte come "ornamento
sociale" è ormai del tutto tramontata in questa nostra italica realtà,
la concezione del pianoforte e della musica ad esso connessa come
elemento di una cultura personale aperta e varia non si è affermata,
perlomeno nella prospettiva a noi nota attraverso le cronache, i romanzi
e la pittura dell'Ottocento. Non ancora, voglio sperare, nonostante
proliferino scuole private che, per qualche tempo, attirano a sè allievi
molto piccoli, insegnando loro la musica sotto forma di gioco, ma
più spesso tenendoli in realtà a parcheggio. In questi casi la musica,
ridotta ai principi più aridi ed elementari, deve fare a gara, nel
piano settimanale del fanciullo, con il corso di ginnastica o di nuoto
o di danza. E spesso, per non dire quasi sempre, il novello atleta
o la novella danzatrice hanno la meglio sul novello pianista...
Ma torniamo al neodiplomato tipo, ai suoi primi passi
nell'ambito della docenza e al suo allievo un po' ambizioso. Dicevamo
che non esiste più il pianoforte come "ornamento sociale", come elemento
di una formazione culturale polivalente: la lezione privata di pianoforte
viene quindi vista come investimento economico familiare, che deve
avere, almeno potenzialmente, un riscontro, un esito professionale.
Da qui l'angoscia del giovane insegnante a cui ronzano improvvisamente
nel cervello lembi di frasi ascoltate un tempo con orecchio distratto
e che oggi riaffiorano alla mente come fantasmi minacciosi: le basi
della tecnica devono essere solidissime, certi difetti acquisiti all'inizio
non sono più rimediabili, una cattiva partenza rovina i più grandi
talenti, bisogna da subito insegnare il senso dell'appoggio di peso
alla tastiera, senza martelletti non si forma la mano del pianista,
etc. etc...
La didattica classica partiva dai primi elementi della
lettura, spiegava i segni, proponeva al principiante dei piccolissimi
pezzi il più possibile gradevoli. Così, ad esempio, il Metodo di Clementi, Introduction to the Art of Playing on the
Piano-forte, popolarissimo al punto da giungere a ben dodici edizioni
a stampa in Inghilterra e ventisei all'estero. Concisione fu sinonimo
di successo? La parte teorica procedeva per brevi paragrafi, definendo
dopo cinque righe di Preliminarìes,
i principi elementari di lettura (chiavi, scale, intervalli) e
concludendo a pag. 17 dopo essersi occupata di stile, di movimento
e di espressione di abbellimenti, dell'importanza della diteggiatura,
con la spiegazione in quattro righe delle diteggiature con sostituzione.
Due pagine di esercizi, per lo più scale, in tutto ventisei righe
di musica, sancivano la fine della parte teorica o prima parte del
Metodo. La seconda parte era costituita da 50 Lessons, ossia lezioni scritte, di autori antichi e moderni (moderni
per allora, ben s'intende) nelle tonalità più usate, con particolare
predilezione per l'antico o per il raro. Successivamente Clementi
– e qui sta l'intelligenza del didatta e dell'uomo al passo con i
tempi – modificherà l'organizzazione e la natura delle Lessons.
Nella V edizione si avvicinerà al gusto dell'esotico e sperimenterà
le ventiquattro tonalità con i Preludi
ed esercizi, quindi introdurrà due Fughe dal Clavicembalo ben temperato di J. S. Bach per approdare,
con l'XI edizione, all'incontro con il pubblico dei dilettanti. Attraverso la Pratical Harmony, la storia e l'antico
vengono lasciati al professionista o, tuttalpiù, al dilettante colto
e raffinato, mentre il principiante vero e proprio, nelle Lessons, viene condotto rapidamente a tentare sulla
tastiera la melodia popolare e, soprattutto, le musiche operistiche alla moda.
Esercizi? Sì, ma non sempre. Il famoso esercizio dei
"martelletti" di Dussek e Pleyel, cinque note tenute e articolazione
di un dito alla volta, è della fine del Settecento, ma il sistematico
impiego di esercizi si ha dapprima nel 1811, con il Metodo di un didatta,
Francesco Pollini, professore presso il Regio Conservatorio di Musica
di Milano, il quale ne concepisce una serie accurata a due, tre, quattro,
cinque, sei note, quindi di terze, seste, ottave e di accordi spezzati
ed infine di scale in tutte le forme possibili tramandate dalla tradizione.
Poi, e in modo quasi paradossale, con il Metodo di un grande pianista
quale era Johann Nepomuk Hummel. Al contrario di Pollini, Hummel non
si limita ad una scelta razionale degli esercizi funzionali all'apprendimento
dei fondamenti tecnici, ma vede l'esercizio dal punto di vista del
virtuoso che deve sempre essere atleticamente pronto a tutto. Da cui,
ad esempio, 155 esercizi sulle cinque note, 138 esercizi nell'estensione
di sesta e di settima, 229 esercizi nell'estensione di ottava... Impossibile
in quest'ambito descrivere le migliaia di combinazioni escogitate
per tutte le partizioni della tecnica pianistica, compresa quella
polifonica; essenziale, invece, sottolineare la sua attenzione per
la tecnica delle estensioni, posta alla base del virtuosismo, che
viene sempre accompagnata da consigli per l'esecuzione o meglio, usando
un termine più appropriato, da una sorta di notazione d'azione.
Ma il sistematico impiego di esercizi e il Metodo che non è più Metodo per pianoforte ma
Metodo di esercizi tecnici è cosa della fine del secolo. Penso innanzitutto
alla mole monumentale costituita dagli esercizi di Liszt o alla più
contenuta summa di Tausig e di Brahms, all'essenzialità della raccolta
di Dohnányi, alla genialità del Klavierübung di Busoni, all'intelligenza
di un Metodo come quello di Alberto Jonàs, il quale ebbe l'intuizione
non comune di commissionare esercizi di tecnica ai più grandi pianisti
della sua epoca.
Consigli per la corretta posizione della mano? Sì, da
qui la scuola dell'avambraccio al di sotto del livello della tastiera
di un C.P.E. Bach, o parallelo alla tastiera di un Dussek, di un Pollini,
di uno Chopin e forse di un Hummel, o decisamente un po' al di sopra
della tastiera di un Clementi, di un Adam, di un Kalkbrenner, di un
Moscheles, di un Czerny. O l'esigenza di una mano incoppata con dita
curve, magari a "foggia dei piedi un po' in fuori" come prescrive
Hummel o con il palmo leggermente piegato verso il pollice, per non
avere il quarto e il quinto dito "coricati di lato in giù", come suggerisce
un Dussek, o con i gomiti circa quattro pollici più in là delle spalle
come consiglia Czerny (una "positura", questa, che richiama alla mente
non tanto Czerny quanto certe silhouette
di Liszt al pianoforte che di Czerny era stato allievo). E non
solo: anche uso del Chiroplasto di Logier e poi del Guidamani di Kalkbrenner,
il primo un supporto per la mano e il braccio con scanalature per
le dita, il secondo un supporto del solo braccio, cioè una versione
semplificata del primo.
Cadute del braccio? La tecnica classica, così come l'apprendiamo
dai Metodi, aborriva l'impiego del braccio, la tecnica romantica lo
praticò ma non per i principianti, "impostati" secondo i principi
classici, e poi, molto poi, lasciati liberi di regolarsi secondo quel
che gli suggeriva l'istinto. La tecnica dell'inizio del Novecento
partì invece dalle cadute, che spesso vengono utilizzate anche oggi,
salvo dimenticarle poi del tutto quando dalle cadute si passa al movimento
delle dita. Il Novecento non usò apparecchi come il Chiroplasto e
il Guidamani, con l'eccezione della didattica di Attilio Brugnoli,
il quale opinava che prima di toccare anche un solo tasto del pianoforte
fosse bene fare alcune settimane o alcuni mesi di esercizi con il
"ditale prensile", un ditale al quale venivano appesi dei sacchetti
contenenti sabbia, di vario peso, da sollevare con l'azione del dito
tenendo la mano, rovesciata, appoggiata sul ginocchio. Tutti questi
sistemi perseguivano due scopi:
1)mettere il principiante
nella condizione di ottenere fin dall'inizio il "bel suono", sviluppando
non l'orecchio, la sensibilità dell'orecchio, ma l'attenzione allo
stato di tensione dei muscoli;
2)non permettere
di suonare "ad orecchio", puntando da subito sulla corretta lettura
dell'altezza e del valore delle note.
Questa concezione corrisponde a quello che avveniva trent'anni
fa nell'insegnamento delle lingue straniere: lunghe esercitazioni
sulla corretta pronuncia di vocali e di fonemi isolati, con spiegazioni
di come si dovessero atteggiare le labbra e la lingua, proibizione
di scrivere una frase sensata prima di aver appreso i rudimenti della
grammatica. Cose del buon tempo antico, che non si usano più: al ragazzino
che impara l'inglese non si chiede di essere in potenza né un Sir
John Gielguld né un George Bernard Shaw, ma di avere un po' di memoria,
orecchio, intuizione e spirito imitativo. Il resto, la correttezza,
verrà col tempo. E va da sè che nemmeno al giovane pianista bisogna
chiedere di suonare adesso come suonerà fra dieci anni se diventerà
un nuovo Pollini. Conclusione, sulla quale bisogna essere d'accordo,
altrimenti cade tutto il discorso: ogni
principiante è un dilettante, ogni dilettante sceglierà a tempo debito
se diventare o no professionista.
Dilettante deriva, lapalissianamente, da dilettare, provare
piacere. Kim Wright, che a Udine accetta nella sua scuola i piccini
di diciotto mesi, diciotto mesi!, e che ce li tiene fino a quattro
anni, comincia stabilendo una associazione tra la nota scritta, la
mano e la tastiera attraverso il colore. Sul pentagramma il do viene
dipinto di blu, di blu è colorata l'unghia del pollice del bambino,
blu, almeno in parte, è il tasto che il bambino dovrà abbassare; il
re viene dipinto di verde e così via...
Il tutto in una cornice di gradevolezza grafica (il mondo,
intorno al pentagramma, è popolato di orsetti), che predispone positivamente
l'animo del bambino il quale passerà in breve dalle note singole,
eseguite con ritmi diversi, alla connessione di due o più note, cioè
a brevi elementari melodie.
György Kurtag, che con Giochi
ci ha dato l'unico metodo moderno novativo di apprendimento del
pianoforte, comincia con il glissando, da effettuare, se il bimbo
è molto piccolo, passeggiando lungo la tastiera. Questo del glissando
è in verità un uovo di Colombo da prendere molto seriamente. Il bambino
o il principiante adulto che impara a suonare il flauto deve usare
le dita per turare dei fori, esercitando sul corpo dello strumento
un certo grado di pressione attiva. Il bambino che deve sbrigarsela
con uno strumento ad arco è tenuto, non appena abbandona le corde
vuote, a premere attivamente la corda contro la tastiera.Il trombettiere
preme i pistoni, etc. etc. Solo il percussionista non esercita alcuna
pressione sui suoi strumenti, ma anzi, dopo aver dato il colpo dallo
strumento, si stacca velocemente perché altrimenti smorza il suono.
Orbene, il pianoforte sarà anche capace di cantare a modo suo, ma
è strumento a percussione. Il principiante deve capire che, non premendo
il tasto quando ha effettuato tutta la sua corsa, ma sbilanciandolo
perché cominci a correre si ottiene il suono. E il glissando è ideale
per far capire intuitivamente questo semplice e basilare principio.
In un secondo momento l'allievo capirà che il tasto abbassato fa durare il suono ma che non lo
produce, e manterrà il tasto abbassato
senza premere. A questo mira il passo successivo di Kurtag.
Ma allora, mi si obietterà, come si potrà ottenere il
legato, il mitico "bel legato"? L'obiezione era giusta quando si pensava
che il legato di dita fosse la base dell'esecuzione pianistica. Oggi
sappiamo che il legato di dita è l'eccezione, non la norma, sia nel
periodo barocco che nel periodo classico, e che nei romantici e nei
moderni il legato di dita è affiancato dal legato di pedale, che è
quasi percentualmente più frequente. Il legato di dita, didatticamente
e stilisticamente, non appartiene secondo me alla fase iniziale dell'apprendimento:
le basi sono il non-legato o sciolto e, successivamente, lo staccato
ordinario.
Kurtag prosegue, infatti, con il cluster di avambraccio e poi con il cluster
di pugno: il primo è importante perché sviluppa il senso dell'uso
del peso senza indurre a premere attivamente i tasti abbassati, il
secondo fa capire che, così come il martello giace passivamente sulla
testa del chiodo dopo il colpo, il pugno giace passivamente sul tasto
abbassato.
Con ciò, a parte i vantaggi tecnici, stiamo forse ricascando
nella ginnastica preliminare, dimentichiamo forse che il fine è la
musica? Kurtag è un grande musicista e con glissandi e cluster
scrive deliziosi pezzettini,... che non sempre sono deliziosi
per i bambini. Usare o no i pezzi di Kurtag è dunque una scelta dell'insegnante,
capire i suoi principi è un dovere; i risultati che Kurtag e tutti
gli insegnanti si prefiggono possono però essere raggiunti anche con
mezzi diversi da quelli di Kurtag.
In una linea molto più vicina alle esperienze della Wright
che non a quelle di Kurtag, si collocano il Corso Tutto-in-uno della Alfred's Basic Piano Library, il
Metodo Bastien per lo studio del pianoforte, il John Thompson's Easiest Piano
Course, tutti ottimi per far principiare il bambino tra i cinque
e i sei anni. Due piccoli volumi del Metodo
Bastien, il Preparatorio A e il Preparatorio B, possono addirittura
indirizzarsi a bambini al di sotto dei cinque anni. Qual è la logica
di questi metodi? Il principiante è un inesperto innanzitutto, e perciò
ha bisogno, mentre muove i suoi primi passi, di essere guidato per
mano. Il Preparatorio A del Metodo
Bastien inizia quindi con brevi capitoletti, ampiamente illustrati,
su "come sedersi" al pianoforte, sulla "Posizione delle mani", su
"I numeri delle dita" (il bambino legge da subito i primi cinque numeri
e impara ad associarli alle relative dita), sulla posizione per gruppi
dei "Tasti neri', sul concetto di "Grave e acuto". Quindi si passa
a "Il ritmo in musica", ai primi valori, la semiminima e la minima,
e alle prime canzoncine dai titoli accattivanti ("Il gatto e il topo",
"La marcia del peperone", etc.), sempre illustrate da disegni vivaci
e colorati. E il pentagramma, e le note?, si chiederà qualcuno. La
spiegazione del pentagramma, delle chiavi, delle note verrà molto
dopo, quando il bambino avrà acquisito una certa dimestichezza con
la tastiera ed una sua elementare digitalità.
Inizialmente, ma anche dopo, soprattutto in corrispondenza
di nuove note, i brani sono accompagnati dal disegnino della tastiera
e della posizione delle note da suonare in rapporto al do centrale,
Centro. Disegni stampella, questi molto
utili inizialmente, ma che via via impigriscono il cervello del bambino,
che deve tentare e sbagliare, e frenano la
sua autonomia di movimento. Dopo pochi mesi un nanerottolo di tre
anni è in grado di suonare agevolmente brevi melodie a due mani, leggendo
le note sia in chiave di violino che in chiave di basso, spiegando
pure all'insegnante di che cosa parla il suo pezzo – lo interpreta
attraverso il disegno – e pretendendo poi che l'insegnante stesso
canti le parole, scritte sotto le sue note, quando lui interpreta.
Accattivante, sempre per i bambini piccolissimi, ma talvolta
anche per i principianti più avanzati nell'età, la raccolta di esercizi
"A dozen a day" di Edna-Mae Burnam, in cui il disegno pianistico viene
associato ad un'azione (camminare, saltare, rimbalzare, rotolare).
La Burnam chiede da subito due tipi di tocco, lo sciolto e lo staccato,
con molta parsimonia propone il legato. Sì, come dicevamo prima, comunque
si induca l'allievo a produrre il suono, è importante non tormentarlo
con il bel suono e con il legato. E non è del pari opportuno, secondo
il mio giudizio, assegnare ai piccolissimi esercizi per l'indipendenza
delle dita sulle cinque note. Già Chopin aveva detto, negli appunti
per un Metodo, che "per molto tempo si è agito contro natura esercitando
le dita a dare una forza uguale". Abituare il bambino agli spostamenti
sulla tastiera e introdurlo nel mondo delle scale è, a mio avviso,
ben più importante. Ma come?
Della mia infanzia ho pochi, sporadici, intensi ricordi.
Tra questi, la mia sensazione dello spazio, che giudicavo molto limitato,
e il mio conseguente disappunto e disagio... Percepivo chiaramente la
frontalità, ciò che mi stava davanti,
abbastanza, non sempre, la lateralità, ma con mia somma stizza
non sapevo mai dov'ero. Conoscevo la via dove abitavo, talvolta i
miei genitori – sempre vissuti a Milano – mi portavano in piazza San
Babila, ma io, alla mia via e alla piazza San Babila, non riuscivo
a dare una esatta collocazione spaziale. Per non parlare del concetto
di città: l'unico elemento che mi induceva a considerare Milano diversa
da Roma, che peraltro, nel mio immaginario di bambina, coincideva
solo e soltanto con piazza Venezia e con i Musei Vaticani, l'unico
elemento, dicevo, a parte il paesaggio, era il lungo viaggio in macchina
che mi ci avrebbe condotto.
Conclusione: il bambino, in genere, percepisce molto
diversamente dall'adulto lo spazio che lo circonda. Perciò, alla tastiera
bisogna abituarlo prestissimo agli spostamenti (deve saper suonare,
ad esempio, tutti i do e tutti i re con tutte le dita che possiede)
e, partendo dalla sua percezione della frontalità, fargli esercitare
le scale prima di tutto per moto contrario, non
per moto parallelo, magari spostandogli ogni tanto il centro di
partenza un'ottava o due sopra o sotto il do centrale.
Cosa dire, a questo punto, di altri notissimi Metodi
per pianoforte? Del Metodo rosa,
del Metodo russo o dell'intramontabile Beyer?
Tutti utilissirni a patto che l'insegnante sappia scegliere percorsi
sempre diversi a seconda del tipo di allievo, così come utilissimi
sono i volumi da "Il mio primo" o l'ampia antologia di Cesi – Marciano.
Se poi l'allievo mostra tali qualità da fare intravvedere
il futuro professionista della musica, ecco che si sceglie un altro
tipo di logica educativa, la didattica per il concertista, che esula
dalle strette competenze di questo scritto.
Abbiamo parlato del principiante, del principiante che
è sempre dilettante e che forse potrà diventare professionista, non
abbiamo parlato del dilettante vero e proprio, ossia di chi inizia
lo studio della musica in età adulta. Deve suonare come un professionista
un repertorio limitatissimo, macerandosi per anni sopra pochi pezzi?
Secondo me, no. In genere, il dilettante, una volta acquisite le basi
fondamentali della tecnica, suona gli studi di Cramer o di Czerny
ad una velocità nettamente inferiore a quella indicata dagli autori
con le cifre di metronomo. Perché, allora, non suonare più lentamente
tutto o soltanto i passi più difficili delle Sonate di Mozart o di
Beethoven, dei Notturni di
Chopin o dei Preludi di
Scriabin che tanto gli piacciono, variando spesso il repertorio?
L'adulto, per coltivare il suo diletto, ha bisogno di
contenuti umani e di strutture formali complesse, che nutrano lo spirito
e la mente. Quindi è doveroso chiudere un occhio, o magari due, alla
correttezza, e semplificare qualche passo.
Il lettore, credo, lo avrà capito: a colui o a colei
che insegnerà a principianti e dilettanti – sembrava così facile,
dal titolo – sono necessarie, oltre alle fondamentali conoscenze di
storia della letteratura e di storia della didattica pianistica, anche
competenze in ambito pedagogico, conoscenze di psicologia della percezione
e di psicologia dell'età evolutiva e molta, moltissima intuizione,
duttilità ed inventiva.
Il giovane neo-diplomato di Conservatorio che, con
la imminente riforma Sbarbati, forse insegnerà a principianti e dilettanti,
è davvero pronto a questo?