Sessione "Concertismo": interventi
Alberto Cima
Corriere di Como
Mi riferisco alla relazione del Dr. Foletto quando diceva
"Concertismo come divismo in fondo non c'è più" perché forse non ho
capito bene il suo intervento, in quanto mi ero appuntato Pogorelich
proprio come esempio del divismo di oggi.
L'altra osservazione riguarda il passaggio "pubblicistica
di tipo saggistico o riviste hanno portato via spazio al concertismo"
e francamente non riesco a capire se veramente lo hanno fatto o invece
non tentino di darne del nuovo in un momento di crisi: perché effettivamente
oggi giorno stiamo vivendo una crisi.Anche a livello di arte vediamo
spesso concerti disertati, convegni in parte disertati.
Mi riferisco ora alla relazione del Dr. Spano ove ci
sono stati ottimi interventi a livello di dati statistici, ma mi sembra
sia mancato un aspetto estremamente importante: la funzione della
cultura discografica.
Angelo Foletto
Credo che le due risposte su "divismo" ed "editoria"
possano essere raggruppate. Non voglio dire che non esistano i divi
ma nell'ambito della vita concertistica, un tempo il divismo era un
effetto trainante che poteva essere anche interessante. Oggi mi sembra
un effetto troppo episodico per poter costituire un dato di conoscenza
reale. Discorso "editoria che toglie spazio al concertismo": volevo
dire semplicemente che se l'editoria è un po' sganciata finisce per
essere in concorrenza in alcuni casi; non perché toglie spazio in
senso di numeri, i numeri sono favorevoli: in questo momento i dati
SIAE rilasciati dal Ministro Melandri parlano di aumento anche cospicuo
per il pubblico della musica classica. I numeri però non possono confortarci
del tutto: è il tipo di pubblico, è il tipo di rapporto che mi preoccupa
di più. Un tipo di editoria ho l'impressione che abbia tolto pubblico
perché ha tolto una serie di interessi.
Alberto Spano
Lo stesso discorso si può fare per la cultura discografica
che indubbiamente è enorme. La funzione del disco, oltre far guadagnare
soldi agli interpreti e alle case discografiche, ha un'enorme valenza
culturale. Purtroppo, come avviene per la vita concertistica, questa
cultura, questa valenza culturale del disco che dovrebbe avere riflessi
immediati nei musicisti, non è così. Chi compra e chi ascolta i dischi?
Non certo i giovani pianisti.Il direttore della Deutsche Grammophon,
in un'intervista, mi ha detto che da dati statistici e rilevamenti
fatti negli ultimi dieci anni, gli acquirenti di dischi si attestano
dai 40 anni in su, anche per motivi economici. I giovani pianisti
non comprano dischi anche perché sono influenzati, molto spesso, dai
loro insegnanti che non vogliono che comprino dischi in quanto pensano
che possano distoglierli dalle indicazioni del maestro. C'è ancora
una cultura in Italia che va contro l'ascolto di dischi. Bisogna invece
studiare i dischi come del resto gli autori. Ormai l'esecuzione pianistica,
interpretativa, è un elemento di studio che dovrebbe essere insegnato
nei conservatori, nelle università, ma siamo ancora agli albori di
questa pratica. Ci sono indubbiamente dei casi eccezionali in cui
ciò si attua. Insomma in Italia la funzione del disco è quella del
puro divertimento.
>Vincenzo Balzani
Desidero intervenire a proposito della giuria dei Concorsi.
Sto pensando da tempo, per i Concorsi che dirigo, di costituire una
doppia giuria. Tale Giuria potrebbe essere composta da "tecnici" (pianisti,
direttori d'orchestra, compositori, ecc.) da un lato e da operatori
musicali (impresari, direttori artistici, organizzatori di Festivals,
ecc) dall'altro per verificare se esiste quel punto di incontro di
cui Stuppner parlava nella parte finale della sua relazione.
Il direttore artistico di un ente lirico o il grande
impresario hanno probabilmente un modo diverso di ascoltare i giovani
interpreti. Conoscendo la sensibilità ed i gusti del pubblico sarebbero
più propensi a sostenere chi ha una forte personalità ed una grande
comunicativa. Inoltre penso che occorrerebbe riflettere sui criteri
di valutazione e sulle metodologie di votazione.
Il punteggio numerico è disomogeneo (da giurato a giurato
cambia molto e ciò è pericolosissimo): in 20 anni di Concorsi ho visto
salire i mediocri e scendere i talenti (non sempre, ma abbastanza
spesso!). Per giunta nelle eliminatorie con il sì ed il no se non
si dichiara l'entità del sì e l'entità del no (cioè quanto uno c'è
piaciuto e quanto non c'è piaciuto) si rischia di eliminare qualche
buon elemento. La scaletta ovvero il sistema Marcello Abbado è indubbiamente
il più equilibrato ma funziona se i candidati sono meno di 7, perché
con più di 7 è attaccabile da chi vuole capovolgere o quanto meno
scombinare i risultati.
Infine i voti dovrebbero essere sempre palesi. Che ne
direste se si organizzasse un Concorso in cui la giuria alla fine
delle prove salisse sul palcoscenico e "coram populo" leggesse i voti
magari motivandoli?
Hubert Stuppner
Per quanto riguarda la doppia giuria vorrei solo ricordare
che anni fa c'è stata una mozione della Federazione dei Concorsi che
escludeva, per esempio, gli agenti musicali dalle giurie affermando
che "Assolutamente le giurie devono essere competenti professionalmente
– devono essere composte da operatori tecnici". Oggi la pressione
del diritto civile è molto forte e dobbiamo nominare giurie mettendo
dei tecnici. Quindi mi domando se l'agente, che poi gestisce la carriera
di un pianista, possa essere definito un tecnico. Osservando la vita
musicale si può dire che l'agente ha un gran fiuto perché è colui
che fa fare carriera all'artista ed io lo classificherei tra i competenti.
La Federazione dei Concorsi di Ginevra, invece, afferma che "non sono
competenti ma managers" e perciò vanno esclusi. Il critico va bene
ma non il manager che poi li gestisce.
Il sistema delle valutazioni è un campo molto aperto.C'è
chi sostiene che i numeri sono stupidi, ed è vero, perché i numeri
portano inevitabilmente alla media e spesso anche alla mediocrità.
Il sì e il no, invece, funziona bene quando c'è una grande giuria:
è un sistema più democratico perché dà una sola possibilità ad un
membro di giuria mentre il numero ne dà 3 o 4 ma è anche più estremistico.
Non ero a conoscenza di questa "scaletta Abbado" ma la considero positivamente
perché il concorso ha il compito istituzionale di dire chi è il più
bravo e quindi deve ragionare in termini di graduatoria con l'equidistanza.
Dire primo, secondo, meno bravo... cioè tutta una scala di valori.
La votazione palese. La discussione palese di fronte
ad un pubblico è anche una vecchia richiesta del M.o Rattalino che
a suo tempo non avevo condiviso. Devo comunque convincermi che se
veramente devono prevalere i criteri della trasparenza, della democraticità
e dell'obiettività, bisogna tenere conto anche di questo criterio.
Io credo però che inibisca fortemente il giudizio del membro di giuria
il quale, di fronte al pubblico, si esprime diversamente di quanto
possa fare se è protetto dalla discrezionalità del voto. Io credo
di più in una cosa intermedia e cioè che ognuno dovrebbe riuscire
a motivare razionalmente l'irrazionale proiezione del suo giudizio,
ma per se stesso.
Piero Rattalino
Scusate se intervengo essendo arrivato da pochi minuti.
Questi sono tutti palliativi, sono tutti aggiustamenti di un qualcosa
che è sbagliato all'origine. Il criterio, il criterio vero è quello
della gente che vede nel concorrente il rapporto con il pubblico:
cosa che la giuria non considera.
Gli agenti vengono esclusi dalle giurie dei concorsi
perché la federazione internazionale non li vuole e loro non prendono
in considerazione i vincitori di concorsi.
Infatti i grossi concorsi devono organizzarsi da soli
il loro management perché altrimenti nessuno li prende in considerazione.
Karl Ulrich Schmidt, uno dei più grandi agenti tedeschi ora in pensione,
ha dichiarato: "Io non prendo in considerazione i vincitori di concorso.
Io prendo in considerazione le «lettere» di grandi direttori d'orchestra
che fanno loro l'audizione al giovane e poi lo segnalano ad un agente
importante che investe su di lui". Oppure l'agenzia prende il pacchetto.
Il Van Cliburn ha dei pacchetti per ogni nazione e li
affida ad un agente locale che li gestisce; ma così è molto facile
perché viene gestito qualcosa che già esiste con un cachet assicurato
e finisce lì. L'agente invece vuole investire, è disposto ad investire
ma vuole scegliere in prima persona perché non si fida più.
Il problema secondo me è di cancellare le giurie di tecnici
ed avere giurie di persone che rischiano sulla propria pelle, compresi
i direttori artistici, la scrittura di gente. Io che faccio da 28
anni il direttore artistico ho commesso molti errori all'inizio proprio
perché giudicavo dal punto di vista di insegnante di pianoforte e
di critico. Quando ho cominciato a rendermi conto di che cosa tocca
il pubblico e di che cosa non lo tocca, ho cominciato ad avere successo
come direttore artistico.
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