A. Tarallo
Volevo approfittare della presenza di due personaggi,
con competenze così specifiche, per approfondire ulteriormente gli
argomenti trattati. Mi sembra che mentre nel settore del fortepiano
la ricerca e lo studio sono avanti, nel settore del pianoforte romantico,
almeno da quello che mi sembra di capire come musicista-ascoltatore,
siamo in un periodo di evoluzione. Mi interessa sapere quando la consapevolezza
del pianoforte romantico, nella sua importanza in rapporto alla letteratura,
troverà un riscontro pratico e una diffusione concreta, perché, mentre
le stagioni concertistiche su pianoforti e su fortepiani sono sempre
più frequenti e sempre più accessibili, il pianoforte romantico, ancora
da quello che vedo soprattutto in Italia, stenta a decollare.
Volevo anche sapere qual è la situazione all'estero in
rapporto al pianoforte romantico.
F. Ponzi
Per quanto riguarda la mia esperienza di ricerca sui
pianoforti romantici, posso dire che gli strumenti restaurati sono
stati utilizzati per varie manifestazioni, nelle quali hanno suonato
vari colleghi pianisti, oltre me, e questo dal 1991. In Europa vengono
prodotti talvolta dischi su pianoforti del periodo romantico, e vengono
fatti anche dei concerti, ma la pratica è ancora assai poco diffusa.
Per quanto attiene al livello della ricerca per il
restauro dei pianoforti romantici, ritengo che siano stati raggiunti
dei punti fermi importanti, riguardanti le martelliere, le tavole
armoniche e le meccaniche. Ritengo anche che si possa affermare che
sono stati affrontati i nodi centrali dell'obsolescenza acustica e
meccanica con una efficace metodologia scientifica. Ma spero che mi
sia consentito di rilevare anche, e in tutta franchezza, che sul fortepiano
non è mai stata fatta una ricerca di questo tipo, vale a dire che
sottoponga i risultati acustici e meccanici del restauro alla verifica
scientifica e qualitativa. Sul piano interpretativo sarebbe ovviamente
auspicabile che si rendessero disponibili molti strumenti del periodo
romantico, per sviluppare l'interesse dei concertisti. Purtroppo però,
a mio parere, spesso vengono usati per la registrazione digitale degli
strumenti che sono in realtà non molto attendibili dal punto di vista
del restauro acustico e ancora purtroppo, bisogna dire, la tecnologia
di registrazione CD è in grado di "confondere le acque", cioè di alterare
il timbro reale, aumentando il range dinamico che il restauro non
ha saputo realizzare. Tuttavia, queste manipolazioni digitali non
sono senza conseguenze anche per gli esecutori, a cui vengono tolte
importanti suggestioni estetiche. Per questa ragione ritengo che il
concerto diretto sia non solo la vera prova della riuscita di un restauro
– trattandosi di "macchine" acustiche così complesse e fra loro diversificate
– ma anche la condizione privilegiata perché alla prassi interpretativa
non vengano meno le suggestioni timbriche di quest'estetica musicale.
Sul fatto poi che ci sia una strada ancora da percorrere in questa
direzione, che riguarda sia la prassi pianistica in genere, sia il
gusto del pubblico, non ho dubbi e concordo.