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Vincenzo Balzani
Indice
Apertura
Mercato 1
Mercato 2
Mercato 3
Mercato: interventi
Il fortepiano
I pianoforti romantici
Restauro: interventi
La letteratura contemporanea
Le edizioni dei classici
Il concertismo
Discografia e filmografia
I concorsi
Concertismo: interventi
La didattica per principianti e dilettanti
I Conservatori e i corsi di perfezionamento
La didattica per i concertisti
Didattica: interventi
Conclusioni
Pianisti: Vincenzo Balzani
Convegno sul pianoforte
Introduzione al pianoforte
Scegliere bene
Nuovo o usato?
Favola del pianoforte
Links Il pianoforte


I conservatori ed i corsi di perfezionamento

Vincenzo Balzani
del Conservatorio di Milano
Direttore artistico Concorsi "Città di Cantù" e "Viotti–Valsesia"
Concertista

Il termine Conservatorio deriva dal verbo conservare, inteso nel senso di proteggere, dai pericoli e dalle difficoltà della vita, i trovatelli, gli orfani, la gioventù bisognosa di aiuto. I Conservatori erano quindi opere pie sovvenzionate da Enti pubblici o privati, dalla Chiesa o dalla Cittadinanza, sotto il vigile controllo della pubblica autorità. Costituiti come veri e propri collegi, accoglievano giovani e giovanette per insegnare loro un'arte o un mestiere e metterli così in condizione, una volta adulti, di procurarsi un sostentamento. Poiché il musicista nel Medioevo e nel Rinascimento era considerato un artigiano, anche la musica faceva parte delle "arti" e dei "mestieri" che vi si insegnavano.

A poco a poco, con lo svilupparsi delle opportunità di lavoro per i musicisti, il Conservatorio finì per diventare scuola specializzata di musica.

Da fondazione privata e sovvenzionata in genere da privati, il Conservatorio aveva un'amministrazione autonoma, affidata alla Chiesa e controllata dallo Stato.

Prima dei Conservatori, per quasi un millennio, a perpetuare lo studio della musica in tutta Europa, gettando un ponte tra il mondo cristiano antico e quello moderno, c'erano state le "Scholæ cantorum".

Le "Scholæ " presentavano le seguenti caratteristiche:

  • ecclesiasticità (in origine i cantori appartenevano solo al clero)
  • liturgicità (la musica era considerata "ancilla liturgiæ")
  • aprofessionalità (lo studio della musica non finalizzato ad un mestiere)
  • collegialità.

Pur conservando quest'ultima caratteristica, i Conservatori si distinguevano dalle Scholæ per la laicità, anche quando si appoggiavano ad una Chiesa per i servizi liturgici, e per la professionalità, anche se ancora artigianale.

Contrariamente a quanto si pensa i più antichi Conservatori italiani furono fondati a Venezia (e non a Napoli), nel XIV secolo: erano detti "ospitali" nel senso di ospizi per la gioventù bisognosa.

I giovani musicisti, al termine dell'apprendistato, prestavano la loro opera nelle funzioni liturgiche e nelle feste delle famiglie patrizie. I Maestri di questi collegi avevano l'obbligo oltre che di insegnare musica anche di scrivere un certo numero di composizioni che venivano eseguite in pubblico. Tra i nomi più illustri è doveroso ricordare Vivaldi, Porpora, Jommelli, Galuppi, ecc. I quattro ospedali di Venezia erano l'ospedale della "Pietà", quello degli "Incurabili", quello dei "Derelitti", detto "Ospedaletto" e quello dei "Mendicanti".

Con la caduta della Repubblica di Venezia alla fine del '700, essi decaddero e scomparvero. Solo nel 1877 la società "B. Marcello", finanziata dagli Enti locali, promosse una scuola divenuta comunale e fiorente dal 1895 sotto la direzione di M.E. Bossi, cui seguirono, tra gli altri, E. Wolf-Ferrari, e G.F. Malipiero che nel 1940 ne ottenne la statizzazione.

Anche Napoli ebbe quattro Conservatori: "Santa Maria di Loreto" (con i corsi di musica dal 1585), il "Santo Onofrio", che ebbe come Maestri Porpora, Durante, Leo e come allievi Jommelli, Piccinni, Paisiello; i "Poveri di Gesù Cristo" dove tra gli altri insegnò Pergolesi, e il "Pietà dei Turchini".

Il Conservatorio dei Poveri si chiuse nel 1744. Il Santo Onofrio e il Pietà si fusero nel 1797 nel Conservatorio di "Loreto a Capuana" che fu statizzato dai Borboni nel "Regio Collegio di Musica" nel 1807.

Dal 1826 il collegio fu trasferito presso i Celestini di S. Pietro a Maiella dove fu direttore fra gli altri Mercadante (1840-1870); statizzato nel 1862 dai Savoia, annetteva vent' anni dopo un Convitto presso il quale gli studenti provenienti da lontano potevano soggiornare.

Per quanto riguarda Roma, nel 1566, su iniziativa di Palestrina, si formò la Congregazione dei musici che oltre a controllare la vita musicale dello Stato Pontificio si interessava anche alle esecuzioni musicali e ad una scuola appoggiata alla "Congregazione dei virtuosi al Pantheon", e in seguito all'Accademia delle Belle Arti la cui sezione musicale dopo la presa di Porta Pia si distaccò per divenire un Liceo musicale comunale statizzato nel 1919 come Regio Conservatorio di musica "Santa Cecilia".

Tra i Conservatori più antichi di Italia occorre citare anche quello di Palermo. Sorto come "Ricovero dei fanciulli vaganti" intorno al 1618 con lo scopo di assicurare i servizi di Chiesa, si sviluppò nel 1700 insieme con il Melodramma. Statizzato con l'Unità di Italia, ricevette nel 1889 il nome di Conservatorio "V. Bellini" ed ebbe come direttori illustri compositori tra i quali F. Cilea.

In Bologna dalla tradizione delle scuole monastiche e dalle Cappelle di San Pietro e San Petronio, era sorta nel 1666 la "Accademia Filarmonica" di cui fu "definitore perpetuo" dal 1758 il Padre Francescano G.B. Martini. Questi affiancò all'Accademia un Istituto Filarmonico di prestigio europeo di cui ricordiamo come alunni Rossini e Donizetti.

Nel 1881 l'Istituto si trasformò in Liceo musicale, intitolato successivamente allo stesso Padre Martini. Statizzato nel 1941 ebbe tra i suoi direttori personaggi illustri quali Martucci, Bossi, Busoni, Marinuzzi, ecc..

La città di Milano fu dotata della prima Scuola di Musica durante il Regno Italico. Nel 1808 sorse il Convitto per soli alunni interni, dotato nel 1813 di una sala da concerto e, più tardi, con un Imperiale Regio Decreto di Francesco I, anche degli insegnamenti di cultura generale. Il Convitto, come quello di Napoli sempre affollatissimo, accolse, a partire dal 1850, numerosi alunni esterni. Statizzato nel 1861, fu intestato nel 1908 al suo mancato alunno G.Verdi. Tra i suoi direttori più illustri Bazzini, Pizzetti, Ghedini, ecc..

Vi insegnò anche Ponchielli, che ebbe come allievi Puccini e Mascagni.

Anche Firenze nella seconda metà del XVII secolo aveva una scuola per i servizi sacri e profani. Dal 1811 all'interno dell'Accademia di Belle Arti si era formata una sezione musicale che nel 1849 si distaccò come autonomo istituto il quale, dopo vicende alterne, nel 1860, divenne Regio Istituto musicale con annessa un'Accademia di musica.

Riordinato nel 1912, divenne nel 1923 l'attuale Conservatorio di musica "L. Cherubini".

Abbiamo notizie che nella città di Parma, all'inizio del XIX secolo, esisteva una scuola corale in un orfanotrofio di artigianelli. Diventata stabilimento di arti e mestieri nel 1821 all'interno del convento del Carmine e dotata in seguito di una scuola di archi e di legni, divenne la Scuola di musica del Carmine. Grazie alla Duchessa Maria Luisa, ex imperatrice dei francesi, la scuola fu particolarmente curata, tant'è vero che nel 1848 era completa nei principali insegnamenti. Statizzata nel 1863, divenne nel 1888 il Conservatorio "A. Boito". Tra gli alunni illustri Pizzetti e Toscanini.

Rossini lasciò gran parte del suo patrimonio a Pesaro perché si fondasse un istituto musicale. L'Istituto sorse nel 1862 nel Convento di San Filippo, per poi trasferirsi nel 1892 presso il palazzo Olivieri Macchirelli dove fu inaugurata una grande sala di concerti. Nel 1940 fu statizzato come Regio Conservatorio "G. Rossini", mentre al Comune restò la gestione della Fondazione Rossini.

Durante l'occupazione francese del Regno Sardo furono soppressi in Torino la Regia Cappella e l'antichissima Cappella Metropolitana.

Fallito il tentativo di Carlo Botta nel 1801 di creare una scuola di musica su modello del Conservatorio di Parigi, solo con il ristabilimento dei Savoia si riuscì a riaprire una scuola di canto. Nel 1866, per appoggiare l'attività dei due Teatri cittadini, si istituì un Liceo musicale comunale, che nel 1894 si trasformò in Istituto musicale della città di Torino, di cui facevano parte il Liceo, la Banda e un'orchestra sinfonica stabile (affidata ad Arturo Toscanini). Pareggiato nel 1925 come Liceo, fu statizzato come Conservatorio "G. Verdi" nel 1935.

A questi dieci Conservatori storici occorre affiancare i Conservatori di Trieste (nato dalla fusione del Liceo Musicale Tartini e del Liceo musicale triestino, pareggiati ma non statali nel 1922, fusi insieme nel 1932 come Ateneo Musicale, divenuto Liceo Musicale triestino sotto gli alleati, statizzato definitivamente nel 1953), Cagliari, Bolzano e Bari.

Occorre ricordare che i Conservatori italiani dell'ottocento, che curavano soprattutto la preparazione di professionisti destinati al teatro, includevano l'insegnamento della danza e della recitazione. Le scuole di recitazione si conservarono a Firenze e a Roma fino alla istituzione della Regia Accademia (oggi Accademia Nazionale) di Arte drammatica in Roma (1935).

(Nei Conservatori l'arte drammatica fu ridotta ad arte scenica legata al Melodramma).

Nel 1940 presso detta Accademia si istituì una scuola di danza divenuta otto anni dopo Accademia Nazionale di Danza in Roma.

Con ciò l'insegnamento della danza uscì dai Conservatori.

Accanto a questi quattordici Conservatori, numerosi erano gli istituti pareggiati a quelli statali, ma amministrati dagli Enti locali. Nel dopoguerra, non appena superate le difficoltà economiche create dalla ricostruzione della Nazione, si accentuò la tendenza a statizzarne i più importanti. E così avvenne che tra il 1967 e il 1969 gli ex Istituti di Genova, Perugia, L'Aquila, Reggio Calabria, Verona, Sassari, Alessandria, Foggia, Matera, Pescara, e Potenza divennero Conservatori.

Tale accelerazione del processo di statizzazione è proseguito dal 1970 senza freni. Attualmente in Italia ci sono 53 Conservatori con 5 sezioni staccate e 11 Licei Musicali pareggiati.

Una delle caratteristiche più importanti che abbiamo riscontrato leggendo la storia dei dieci Conservatori più antichi d'Italia, era la presenza al fianco del Conservatorio di un Convitto che consentiva agli studenti di vivere e studiare collegialmente.

Purtroppo per problemi economici tutti i convitti furono aboliti tra il 1912 e il 1915. L'unico a sopravvivere fino al 1966 è stato il Collegio di Musica della Farnesina, creato dal Regime Fascista come sezione staccata del Conservatorio Santa Cecilia di Roma.

La regolamentazione ed i programmi di Conservatorio sono stati definiti negli anni tra il 1912 ed il 1930. Per fasi successive si arrivò finalmente al Regio Decreto 1930 del Ministro Giuliano che è tuttora vigente tra infinite contraddizioni e lacune.

Con quest'ultimo Regio Decreto le materie di studio sono ripartite in quindici scuole (i cosiddetti corsi principali), quindici corsi complementari (obbligatori e divisi in gruppi tra le varie scuole) ed il corso di solfeggio.

Molti sono stati i tentativi di riforma dei Conservatori dal dopoguerra in poi.

Nel 1950-1951 ci provò il Ministro Gonella, con un progetto che prevedeva un'elaborata riforma scolastica generale, del quale si salvò solo il programma di educazione fisica appositamente studiato per il Conservatorio.

La caducità dei Governi che si sono succeduti da quella data a oggi ha impedito che si giungesse alla definizione di un nuovo e completo testo normativo. Si sono potuti approvare solo alcuni provvedimenti, come, per esempio, l'istituzione nel 1940 di due scuole di direzione d'orchestra (Roma e Milano), nel 1941 degli insegnamenti di composizione polifonica vocale, di coro e direzione di coro, di lettura della partitura, nonché di sette corsi di perfezionamento presso l'Accademia di Santa Cecilia in Roma.

Ricorrendo all'espediente di utilizzare un articolo di un Regio Decreto Legge del 1926 si è potuto istituire dei corsi straordinari approvati dal Ministero secondo le richieste dei vari Conservatori (lingue, musica elettronica, musica sacra, chitarra, ecc.).

Di particolare importanza i corsi relativi alla didattica musicale destinati a preparare i docenti di musica nella scuola materna, primaria e secondaria.

Così facendo si è in parte ovviato ad una grave lacuna rispetto ai Conservatori stranieri.

Una storia esemplare

Per spiegare quale fosse la funzione dei Conservatori nel secolo scorso ho preferito riportare qui sotto la storia di uno dei più grandi concertisti e didatti italiani: Vincenzo Scaramuzza. Anche se non conosciuto da tutti i pianisti egli è stato un allievo esemplare del più esemplare dei Conservatori.

Correva l'anno 1885. In una cittadina della Calabria (Crotone) nasceva colui il quale sarebbe diventato molto presto uno dei più grandi esponenti della scuola pianistica napoletana: Vincenzo Scaramuzza. Egli era il terzo nato in un nucleo famigliare composto da tre fratelli e quattro sorelle.

Figlio d'arte in quanto la mamma Carolina Macrì apparteneva ad una famiglia di musicisti di Tropea ed il padre era un maestro di pianoforte che non disdegnava di insegnare anche altri strumenti (come spesso accade nelle piccole città di provincia). Papà Francesco ebbe il merito di avviare allo studio della musica tutti i suoi figli, secondo una tradizione che era molto diffusa nelle famiglie borghesi del secolo scorso. Tra tutti l'unico a bruciare i tempi dell'apprendimento fu Vincenzo.

A solo sette anni fu in grado di esibirsi in una serie di concerti pianistici che suscitarono l'entusiasmo del pubblico e della critica locale.

Fu così che il professor Francesco Scaramuzza si premurò di dare al figlioletto la migliore opportunità per far fruttare il suo grande talento: continuare gli studi musicali nel più importante istituto dell'epoca: il Conservatorio "S. Pietro a Maiella" di Napoli.

Il "S. Pietro a Maiella" era il Conservatorio per antonomasia, al cui modello di funzionamento si erano adeguati molti istituti musicali italiani e stranieri. Annesso al Conservatorio operava un Convitto governato da un rettore ecclesiastico, coadiuvato da un vicerettore e da sette prefetti d'ordine.

Gli insegnamenti musicali non erano gli unici ad essere curati.

Dal 1849, infatti, grazie ad un Decreto Ministeriale, si era dato grande impulso alle materie umanistiche: grammatica, lingua e letteratura italiana, storia musicale, storia patria, geografia, logica e metafisica, lingua latina, lingua francese, estetica e storia musicale, declamazione, mitologia, aritmetica superiore, geografia e calligrafia. Per essere ammessi al Conservatorio occorreva superare un esame molto severo: "Vincenzino" lo superò brillantemente e riuscì ad avere un rendimento così alto da vincere, dopo pochi anni, la borsa di studio con la quale la famiglia fu sgravata dal pagamento della retta del Convitto annesso al Conservatorio.

Gli anni della formazione musicale di Scaramuzza presso il Conservatorio "S. Pietro a Maiella" coincisero con il periodo d'oro della scuola pianistica napoletana. Va detto che, dall'arrivo a Napoli di Sigmund Thalberg ad oggi, il pianoforte è sempre stato al centro della vita musicale della città.

Thalberg non insegnò in Conservatorio ma attirò intorno a sé molti e valorosi giovani talenti tra i quali spiccava Beniamino Cesi.

Beniamino Cesi fu allievo prediletto di Thalberg, a detta di tutte le testimonianze dell'epoca, tant'è che a soli 18 anni, nel 1863 vinse il Concorso per una cattedra di pianoforte principale al "S. Pietro a Maiella", cattedra che tenne fino al 1885. In quegli anni portò alla ribalta tanti validi concertisti tra cui Alessandro Longo, Giuseppe Martucci e Florestano Rossomandi. Egli lasciò l'Italia, dopo una trionfale carriera di concertista e di didatta a Napoli, solo perché fu invitato da Anton Rubinstein ad insegnare pianoforte presso il Conservatorio di San Pietroburgo.

Quivi operò per più di sei anni e solo per motivi di salute, a causa di un "ictus", che gli paralizzò la parte sinistra del corpo, dovette fare ritorno in patria.

Non potendo più riavere la classe di pianoforte principale si dovette accontentare di quella di musica da camera.

Nel corpo insegnante del "S. Pietro a Maiella" c'erano molti altri grandi personaggi del panorama pianistico nazionale. Innanzitutto Florestano Rossomandi, di cui Scaramuzza fu allievo per otto anni e dal quale Scaramuzza imparò l'arte di indagare, studiare, ricercare nuovi orientamenti tecnici ed espressivi dello strumento. Poi Alessandro Longo, fermamente legato ai ferrei principi tecnici di Beniamino Cesi ed infine Vincenzo Romaniello che era stato alunno di Ernesto Coop, importante esponente della scuola pianistica napoletana dell'ottocento.

Longo e Romaniello apprezzavano l'arte di Scaramuzza e, pur non essendo i suoi insegnanti, fecero molto per aiutarlo e per dimostrargli la propria amicizia.

Oltre a questi nel 1902 fece ritorno a Napoli come direttore del Conservatorio il grande Giuseppe Martucci che da subito fu un suo estimatore.

Grazie al fatto che il Conservatorio "S. Pietro a Maiella" era perfettamente inserito nel mondo musicale napoletano, Vincenzo Scaramuzza potè godere di tutte le opportunità professionali necessarie per iniziare una luminosa carriera.

Napoli mantenne lo splendore e la vitalità che aveva come capitale del Regno delle Due Sicilie anche dopo l'unità d'Italia del 1861.

La musica si esprimeva con un ritmo a dir poco frenetico per quei tempi. 7 Teatri lirici (il S. Carlo, il S. Nazzaro, il Fiorentini, il Bellini, il Nuovo, il Fondo ed il Mercadante) organizzavano stagioni operistiche di grande valore, con una varietà di titoli impressionante a prezzi accessibili a tutti.

La musica strumentale si poteva ascoltare nei più ricchi salotti, al Politeama Giacosa, alla Sala Maddaloni, alla Sala degli Artisti, al Palazzo Nobile, nei teatrini del Conservatorio, alla Sala Romaniello, ecc.

Va detto inoltre, per dovere di cronaca, che molte erano le associazioni ed i circoli che organizzavano manifestazioni musicali. Tra questi ricordiamo la Società del Quartetto, la Società Filarmonica, La Società dei Concerti, il Circolo musicale napoletano, il Circolo Bonamici, il Circolo Cesi, la Società orchestrale di Napoli, ecc.

Inoltre proprio in quegli anni fu costituita una orchestra sinfonica che sotto la direzione di Giuseppe Martucci divenne in breve la più importante orchestra d'Italia.

Il giovane Scaramuzza si diplomò a pieni voti nel 1905. Grazie al suo splendido esame ottenne una fitta lista di concerti nelle principali città italiane: Palermo, Catania, Roma, Firenze, Bologna, Parma, Venezia, Milano, Genova.

L'anno seguente, spinto dalla sua grande passione per la didattica e dal desiderio di ottenere una cattedra di pianoforte principale, si cimentò nel Concorso Nazionale per l'insegnamento nei Conservatori. Tale concorso costituiva una vera e propria impresa, sia per l'enorme difficoltà del programma di esecuzione, sia per l'esiguità del numero dei posti disponibili (in quell'anno gli insegnanti di pianoforte di tutta Italia erano meno di 40 e i Conservatori erano solo 10 e c'era un solo posto disponibile di pianoforte principale).

Il concorso si svolse il 3 dicembre 1906 presso la Regia Accademia di Santa Cecilia di Roma. La commissione giudicatrice rappresentava il meglio della nostra arte pianistica. Sgambati era presidente, Appiani docente del Conservatorio di Milano, Gulli e Baiardi del Conservatorio di Roma, Mugellini del Liceo di Bologna. Dei 23 concorrenti solo due ottennero il massimo punteggio: Brugnoli e Scaramuzza. Il primo aveva un punteggio più alto per i titoli precedentemente acquisiti e per l'età. Fu così che l'unica cattedra di pianoforte principale (presso il Conservatorio di Parma) andò a lui.

A Scaramuzza, come premio di consolazione, fu affidata una cattedra di pianoforte complementare a Napoli.

Occorre notare che dopo soli due mesi di insegnamento, Scaramuzza lasciò Napoli per l'Argentina e lì fondò una sua propria scuola pianistica libera da norme burocratiche e dai programmi di studio tradizionalmente impartiti nei Conservatori italiani.

La storia di Vincenzo Scaramuzza ci deve aiutare a riflettere sulle attuali condizioni di salute dei Conservatori di musica italiani.

Nel passato il Conservatorio assolveva il compito di preparare i professionisti che il mondo musicale richiedeva (strumentisti per le orchestre, cantanti e coristi per le opere, concertisti per le Associazioni e i Circoli artistici, didatti per le scuole musicali, etc.).

Oggi il Conservatorio è diventato una Scuola nella quale accanto a giovani studenti che hanno la capacità e la voglia di apprendere il mestiere di musicista se ne trovano molti altri che hanno solo voglia di studiare uno strumento per hobby.

La stessa scuola ha sfornato negli ultimi venti anni un numero incredibile di diplomati di pianoforte che oggi non sanno come inserirsi nel mercato musicale.

I programmi di lavoro e i corsi di studio principali e complementari dei Conservatori di inizio secolo erano adeguati alle effettive esigenze della società di allora. I programmi ed i corsi dei Conservatori odierni sono rimasti tali e quali nella sostanza per cui sono diventati lacunosi e arretrati rispetto alla società che si è evoluta rapidamente. Tanto è vero che i diplomati di pianoforte, anche quelli a pieni voti assoluti e con lode e menzione onorevole, se ci tengono a vivere del proprio lavoro sono costretti a perfezionarsi presso un'Accademia privata se non addirittura presso una Università straniera per diversi anni (dai tre ai quattro circa).

È fuori dubbio che il XXI secolo avrà bisogno di figure professionali in parte diverse da quelle del passato. Già oggi vediamo che il Computer ha una fondamentale importanza per la composizione, l'orchestrazione, la tecnica di registrazione e di montaggio, la realizzazione di colonne sonore e così via fino alla stessa didattica (come ha recentemente dichiarato Luciano Berio a proposito di un corso che lui stesso ha ideato e che verrà realizzato dal 2000 "in quel di Fiesole").

L'urgenza di tornare al Conservatorio come scuola ad alto contenuto di professionalità è lampante, se si dà un'occhiata ai 2 grafici da me riportati in calce a questa relazione.

Nel 1906 i Conservatori erano 10 e tutte le altre scuole musicali servivano soprattutto a dare le basi ai musicisti in erba ed a verificarne le attitudini e il talento.

Solo chi aveva queste doti in maniera spiccata poteva continuare gli studi presso uno dei 10 Conservatori, quasi tutti attrezzati di Collegio presso cui vivere.

Il personale dirigente e docente di quei 10 Conservatori rappresentava il meglio dell'arte musicale italiana. I docenti di pianoforte principale erano solo 40.

Oggi si è giunti a statizzare quasi 60 Conservatori ma, quel che è peggio, si è compiuta questa operazione nell'arco di 15 anni (dal 1967) ampliando il numero delle cattedre di pianoforte a dismisura (da 40 a 800 circa) (sic).

Scaramuzza nel 1906 aveva dovuto sostenere un difficilissimo Concorso nazionale di esecuzione pianistica nella speranza di accedere all'unica cattedra di pianoforte principale disponibile.

Negli anni 67-80, durante il reclutamento in massa dei pianisti di questo Paese si è avuto accesso alle cattedre dei Conservatori attraverso un Concorso per titoli (raccolta di montagne di fotocopie autenticate che attestassero i premi, programmi di sala, locandine, ritagli di giornale contenenti le recensioni ricevute, etc.). C'è stato anche qualche furbo che, non avendo un dossier abbastanza nutrito, si è stampato, con l'aiuto di un tipografo compiacente, programmi di sala e locandine fasulle.

Questo concorso per titoli prevedeva la differenziazione tra titoli artistici e titoli didattici (titoli di studio, anni di servizio come insegnante di musica presso altre scuole statali o provinciali o civiche, etc.).

Purtroppo però, mentre i titoli artistici non potevano superare il tetto di 60 punti, quelli didattici non avevano limiti massimi; così è accaduto che valenti concertisti rimanessero al palo mentre docenti di scuole medie con una minima attività artistica e molti anni di anzianità di servizio ottenessero il posto.

Quando Scaramuzza iniziò la carriera concertistica la musica, che noi oggi definiamo " classica", era ascoltata da gran parte della società civile. Quella cameristica era proposta da innumerevoli Associazioni e quella lirica e sinfonica era presente in così tanti Teatri da costituire effettivamente patrimonio di tutti, né più né meno della musica popolare e delle canzonette. Oggi, dopo decenni di assenza dai programmi scolastici (anche se alle elementari e alle medie si è fatto qualcosa che vagamente la ricorda) la musica classica si sta allontanando dalla società civile e soprattutto dalle nuove generazioni.

Queste, di contro, si avvicinano sempre più a quella musica detta "leggera" che, nata come sorella dalle forme facili e "scanzonate" della vecchia musica "pesante", vanta il pregio di essere accessibile e collegiale (una forma di collegialità da stadio e discoteca). La vecchia sorella è diventata elitaria ed è amata da chi, seguendo le tradizioni familiari, l'ha frequentata, l'ha fatta conoscere ai figli ed ai figli ha insegnato ad amarla.

Si ritiene oggi che solo il 2,5% della popolazione ne sia ancora attratto.

Il panorama musicale dà comunque ancora segni di vitalità grazie all'iniziativa personale di musicisti e operatori del settore che in mille modi tengono alto l'interesse di questa percentuale esigua di appassionati.

A fianco delle Scuole di musica pubbliche si sono formate Accademie di perfezionamento (alcune estive, altre funzionanti tutto l'anno) e si organizzano in tutta Italia "master classes" e seminari tenuti da famosi concertisti e da personaggi del mondo musicale internazionale.

E tali iniziative hanno ottenuto così tanto successo che recentemente, in occasione della acquisita "autonomia", i Conservatori ne organizzano parecchie al loro interno.

A questo punto è bene soffermarsi brevemente sui Corsi di Perfezionamento.

I Corsi costituiscono importanti occasioni di confronto tra giovani concertisti che provengono da esperienze didattiche diverse.

Quando F. Liszt si decise, in età ormai avanzata, a dedicare parte del suo tempo all'insegnamento, impostò le sue lezioni secondo il criterio della collegialità: uno studente eseguiva un pezzo al pianoforte e tutti gli altri gli erano seduti intorno. Alla fine dell'esecuzione il Maestro commentava con arguzia l'interpretazione appena ascoltata e, sedendosi allo strumento, mostrava come si dovesse eseguire la tal frase musicale o il tal passaggio virtuosistico.

Questo è avvenuto in tutte le classi dei grandi Maestri. è importante suonare di fronte ad un pubblico di addetti ai lavori, è importante recepire le osservazioni ed i consigli di un grande musicista, ma è altrettanto importante ascoltare gli altri giovani interpreti e le osservazioni che lo stesso musicista fa sul loro modo di suonare. Solo così si può crescere.

Questo modo di fare lezione si verifica poche volte in Conservatorio. La doppia scolarità da un lato (che impedisce a molti validi studenti, che frequentano anche un'altra scuola, di partecipare per molte ore alle lezioni) e la disomogeneità della classe (studenti dei corsi preparatori, dei corsi inferiori e dei corsi superiori tutti insieme, per giunta "incastrati" nel breve arco di un pomeriggio fra il pianoforte e le materie complementari) rendono molto difficile la realizzazione di questa formula di insegnamento.

Tale formula è perfettamente realizzata dai Corsi, siano essi estivi siano essi annuali. Per di più, senza i legacci dei programmi ministeriali, gli argomenti trattati possono essere vari ed interessanti.

In questa direzione l'esperienza senza dubbio più originale ed efficace degli ultimi 15 anni è quella dell'Accademia "Incontri con il Maestro", fondata da Franco Scala (già insegnante del Conservatorio "G.Rossini" di Pesaro) "in quel di Imola".

In questa struttura scolastica ad alcuni importanti insegnanti di base si affiancano mensilmente una serie di grandi personaggi del concertismo e della didattica internazionale che tengono dei seminari di tre giorni.

Gli allievi dell'Accademia possono così approfondire ulteriormente il proprio programma musicale. Senza contare poi che il solo fatto di dover eseguire un pezzo di fronte ad un grande Maestro costituisce di per sè uno stimolo fortissimo a ben rendere.

Poiché non è possibile parlare di tutte le lodevoli iniziative nel settore dei Corsi di Perfezionamento, ci sentiamo sollevati dall'esprimere il nostro parere su quei corsi che servono più agli Enti organizzatori ed ai docenti che non agli studenti. Non esiste ancora in Italia una regolamentazione di queste manifestazioni e per questo spesso dove ci sono i corsi ci sono anche servizi non adeguati (sale da concerto con pessima acustica, strumenti in cattive condizioni, etc.).

Così stando le cose, si può dire che i Conservatori dovrebbero riappropriarsi del ruolo di istituzione di alta professionalità perduto nel corso degli ultimi 50 anni. Utilizzando le nuove normative (in particolare quella sull'autonomia) ed approfittando dell'imminente riassetto dell'istruzione musicale (con un testo che è in questi giorni in approvazione al Parlamento), i Conservatori dovrebbero diventare centri di formazione, produzione ed organizzazione musicale. E questo al più presto, perché la società moderna nel frattempo sta prendendo percorsi diversi da quelli della vecchia società borghese di cui il pianoforte è tuttora famulus prediletto.

Ma, per riappropriarsi veramente di questo ruolo di istituzione di alta cultura, i Conservatori dovrebbero purificarsi eliminando le "scorie" accumulate nel tempo.

Innanzitutto serve da subito una moralizzazione degli esami. Più severità, meno favoritismi, meno paura di perdere "numero" di allievi in fase di ammissione e di passaggio da un corso all'altro.

Più selezione agli esami di compimento inferiore, dando più importanza alla preparazione pianistica (scale eseguite velocemente in tutti i toni e studi di tecnica diversa sia brillanti che espressivi, Bach e clavicembalisti curati nei minimi dettagli, nella distinzione delle singole parti, etc.) ed alle attitudini musicali (non accettare sonate classiche che non abbiano l'Adagio o l'Andante centrale, non chiudere un "orecchio" su interpretazioni piatte o slegate delle danze lente delle Suite di Bach, etc. e soprattutto severità assoluta nel valutare la prova di lettura a prima vista) e, naturalmente, usare lo stesso metro per gli esami di compimento medio e superiore. Nei primi la "roulette" del Bach e Clementi (sperando nel sorteggio favorevole), il "carosello" della prova di cultura (che se fatta seriamente costituirebbe il più importante segnale sulle qualità musicali dell'esaminando) e la "contrattazione" dei vari punteggi per far sì che la media sia comunque favorevole all'esaminando sono entrati nella leggenda.

Ora perciò è venuto il momento di montare i binari delle nuove normative e stabilire molto scrupolosamente i programmi di lavoro che dovranno accompagnare il processo di modernizzazione dell'insegnamento musicale nel nostro paese. Fino ad oggi si sono fatte troppe concessioni, forse perché il rapporto tra docente e discente nella classe di strumento è diverso da quello tra professore e allievo in una qualunque altra classe scolastica. Sin dal primo giorno si instaura un dialogo così stretto che col tempo può diventare tanto forte da far dimenticare al docente che è sempre buona cosa rimanere super partes. Durante gli esami si verificano veri e propri duelli fra l'una e l'altra scuderia per far primeggiare il proprio "puledro" o, quel che è peggio, per far passare il proprio "brocco" cui spesso si è affezionati di più e più morbosamente. Ed i compromessi così diventano regola. è venuta l'ora di metterli al bando, per il bene di noi tutti.

Prima di concludere il mio intervento mi piacerebbe accennare, seppur brevemente, all'esperienza musicale di uno Stato europeo (simile tra l'altro a quella ungherese e polacca) che dal 1948 ha riformato l'insegnamento della musica in quattro gradi: la Romania. Al Conservatorio, grado superiore specializzato, si accede dopo aver superato il periodo medio (coincidente col nostro liceo) di 5 anni cui si accede dal periodo elementare (coincidente con la nostra scuola elementare e media insieme) di 8 anni.

Negli anni che precedono l'età scolastica ci si iscrive ai "Giardini d'infanzia" (differenziati in 3 gruppi di età) dove l'insegnamento musicale comprende l'imitazione del canto, la danza con il canto, l'impiego di strumenti a percussione (triangolo, tamburi piccoli, xilofoni, etc.).

Nei primi 4 anni del periodo elementare l'insegnamento, attraverso una intensa pratica del canto, introduce gradualmente l'allievo verso i problemi ritmici e d'intonazione. Dalla 5a classe elementare professori specializzati ampliano il programma teorico curando l'istruzione di complessi corali fino a 2/3 voci e formazioni strumentali caratteristiche che spesso hanno la possibilità di misurarsi in concorsi locali e nazionali.

E così via fino ad arrivare alla fine del periodo medio che si conclude con un diploma di maturità che permette l'ammissione a qualsiasi istituto superiore (medicina, matematica, Conservatorio, etc.).

Gli istituti superiori (Conservatori) sono solamente tre: Bucarest, Cluji e Jasj. Essi hanno il compito di preparare i quadri artistici nella interpretazione, nella composizione, nella pedagogia musicale e nella teoria e sono organizzati in 2 facoltà e queste sono suddivise in sezioni secondo il seguente schema:

  1. facoltà strumenti e canto (5 anni di studio)
    • strumenti a corda (5 anni)
    • strumenti a fiato (5 anni)
    • pianoforte, organo (5 anni)
    • canto (5 anni)
    • percussioni (5 anni)
  2. Facoltà di composizione, direzione d'orchestra e pedagogia
    • composizione (6 anni)
    • direttori d'orchestra e di coro (5 anni)
    • professori di musica (5 anni)

I piani d'insegnamento delle facoltà prevedono numerosissime esercitazioni pratiche individuali e collettive, che vanno dal solismo ai più svariati complessi fino alla messa in scena di opere complete nel teatro dell'istituto.

Un importante perfezionamento alla preparazione artistica è la cosiddetta "pratica di produzione": gli studenti sono invitati a collaborare attivamente presso importanti centri artistici (Teatri lirici, Orchestre sinfoniche, Istituzioni culturali, etc).

Ritornando ai Conservatori nostrani possiamo concludere con le parole che uno dei più autorevoli esponenti del Governo ha avuto recentemente durante una manifestazione sulla scuola.

"Gentile e Croce sono stati due pilastri della cultura italiana tra le due guerre. Hanno però commesso una terribile dimenticanza: non hanno pensato alla musica come una delle materie fondamentali di insegnamento della scuola italiana. A tale dimenticanza occorre rimediare ridando, di prepotenza, alla musica il posto che le compete".

Con questo e con una illuminata riforma dei Conservatori si giungerà nell'arco di dieci, vent'anni ad un'Italia che tornerà a cantare i temi di Rossini con la stessa facilità con la quale oggi canticchia quelli di Ramazzotti.

Se le promesse del Ministro non potessero essere mantenute e la musica non riuscisse ad entrare attivamente tra le materie "vissute" dalle scolaresche del nostro Paese, entro dieci, vent'anni al massimo si giungerebbe ad un punto di non ritorno: il distacco tra gente e musica " classica" sarebbe incolmabile.